L’isola della fecondazione assistita (dalla fede)

Lasciamo stare le fregnacce estive e tuffiamoci altrove. Ora, chiunque di noi per essere un borghese che si rispetti deve possedere nel portafogli di storielle da raccontare sotto l’ombrellone quella della coppia che non procrea e fa il viaggio della speranza là dove non c’è una legge 40 a striminzire le possibilità della fecondazione assistita. Buttatelo così questo assist, e immediatamente spariranno i rotocalchi, l’i-Pod e gli mms e, fatto silenzio, l’ombrellone si trasformerà in un’arena bestiale, in cui ci si disputerà, tra intransigenti e comprensivisti, lo scalpo dei due malcapitati, immaginari o meno, con le solite storie tipo «è una nevrosi egoistica della contemporaneità» contro «poverini, tutti abbiamo diritto alla felicità di un figlio». Le storie sui bombardamenti ormonali a Bruxelles, sulle truffe in patria o i voli low cost per Barcellona, le migliaia di euro buttati che «sai quanti ne adotti nel Terzo mondo con quei soldi», e i particolari intriganti sui fallimenti, soprattutto, tirano sempre sotto l’ombrellone che copre dal solleone.
Tira meno, perché pochi lo sanno, la storia di altri viaggi italiani, non sostenuti dalla fiducia in qualche nome di professorone raccattato dall’amica bene informata, ma dalla fede nell’apertura alle possibilità del mondo. Parliamo dei casi di fecondazione assistita sì, ma da nostro Signore. Fate meta a Rodi, l’isola del sole, dirigetevi verso Lindos e troverete il monastero votato alla madonna di Tsampika. Ci vorrà una salita ripida su in collina, la forza dei quadricipiti, e dopo trecento scalini, un suonatore di violino e una bancarella di rosari, arriverete a una casetta con il tettuccio ovale incistata su un cucuzzolo che getta uno sguardo mozzafiato sulla baia di Afantou. Lassù troverete poco: quando c’è, può essere la domenica, c’è un un pope che vi benedice, c’è sempre un guardiano dei souvenir e del bidone dell’acqua, e c’è un silenzio rotto solo dalla forza del vento e dallo squittio dei bambini. Tanti di loro cercano di ritrovare il proprio volto nelle centinaia di fotografie appese come ex voto in una stanzetta.
Ma c’è di più, ci sono i doni che i fecondati, chi è stato accarezzato dalla brezza di ciò che è miracolo per gli uni e in fin dei conti un gran panorama per gli altri, hanno portato su a far mostra di quel kitsch tutto ortodosso che però rende così bene, per scorciatoie iconografiche, il senso popolare della riconoscenza. Abbiamo visto bambole col vestitino di raso cucito in stile domenicale e bambolotti di plastica denudati come poppanti appena nati, ecografie appese alle pareti con i ringraziamenti scritti a pennarello, formine di stagno che riproducono bimbi e genitori e simboli di fede, perfino una culla con tanto di cuscino e ricami messa lì, forse, per far riposare chi porta neonati. Ci sono tante storie greche in un registro che conserva pure lo stampo di lacrime lasciate a timbrare un messaggio. Ma ci sono anche le storie tutte italiane di Elisa e Luca con B., di Roberta e Antonio di F., di Francesca e Gianni con M., che si trascinano fin lassù i marmocchi perché immaginano che senza questo soggiorno speciale a Tsampika il loro nome sarebbe ancora merce da battibecco su egoismi e diritti sotto l’ombrellone, che copre dal solleone.
(5. Continua)