L’Istat: «Le difficoltà dell’Italia sono maturate almeno dieci anni fa»

La produttività cresciuta dello 0,5% contro l’1,4 europeo

Gian Battista Bozzo

da Roma

La crisi dell’economia italiana ha un’età, almeno dieci anni. Ha un nome: bassa produttività del lavoro. E anche un cognome: perdita di competitività nel mondo. L’Istat presenta il suo rapporto 2004 proprio nell’occhio del tornado di cifre, stime, previsioni e allarmi sul futuro del nostro Paese; e Luigi Biggeri, il presidente dell’Istituto di statistica, sintetizza così la situazione: «Quelle che ci appaiono difficoltà congiunturali, sono imputabili all’emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio e non da oggi, e che derivano da situazioni strutturali che non sono state affrontate adeguatamente». Ci sono stati cambiamenti enormi, non sono state date le risposte adeguate.
Viene dunque da lontano la stagnazione economica, da nodi strutturali non affrontati quale la produttività del lavoro cresciuta soltanto dello 0,5% l’anno contro l’1,4% della media europea. E da una progressiva riduzione della quota di presenza italiana nel commercio internazionale: avevamo raggiunto il massimo nel ’96, con il 4,7%, nel 2004 siamo scesi al 3,7%. Dal ’96 al 2002, si legge nel rapporto dell’Istat, l’erosione delle quote di mercato ha riguardato tutti i settori più importanti: tessile-abbigliamento, automobili, meccanica strumentale. C’è poi una struttura del sistema produttivo italiano assolutamente sbilanciata verso la dimensione piccola e piccolissima, che certo non aiuta a far crescere gli investimenti in ricerca e sviluppo. Nel 2002, la spesa per ricerca e sviluppo europea era pari all’1,9% del pil contro il 2,6% degli Usa e il 3,1% del Giappone. In Europa, l’Italia con l’1,19% sta al di sotto della media, superata perfino dalla Slovenia e dalla Repubblica ceca. Il numero di brevetti hi tech per milione di abitanti è 26 nella media europea, contro 48,4 degli Usa. Nel nostro Paese il numero scende a 7.
L’Istat non cerca colpevoli per questa situazione, ed il motivo è semplice: lo siamo tutti. «Pubblici amministratori, imprenditori e cittadini - afferma Biggeri - non sono stati in grado di affrontare seriamente questi elementi di preoccupazione, e di governarli con interventi volti a eliminare i punti di debolezza e valorizzare quelli di forza». In questa situazione, la famiglia italiana si è comportata, come al solito, con prudenza: frenando i consumi (la spesa familiare cresce dell’1% l’anno) ed incrementando il risparmio. Eppure le famiglie hanno guadagnato dalla riforma fiscale una media di 524 euro l’anno.
La discesa del tasso di disoccupazione all’8% è, conferma l’Istat, l’elemento maggiormente positivo del quadro economico. Ma si tratta di una media fra aree a piena occupazione e un Mezzogiorno che presenta ancora troppi cittadini senza lavoro. I disoccupati ufficiali sono quasi due milioni (966mila «figli» e 856mila «padri»). I sottoccupati, calcolati per la prima volta, sono 992 mila: lavorano sì, ma meno ore rispetto a quanto sarebbero disposti a fare. I lavoratori extracomunitari censiti hanno raggiunto l’anno scorso le 580mila unità: il 60% di essi è occupato nell’industria, in media percepiscono un salario pari al 66% del totale dei dipendenti. Un dato interessante riguarda i giovani laureati: in media, tre anni dopo aver ottenuto la laurea, guadagnano 1.260 euro netti al mese. In generale le retribuzioni sono aumentate, in particolare quelle pubbliche sono cresciute dell’8,2% nel biennio 2002-2003.
Fin qui il riassunto, assai sintetico, della situazione. Ma le prospettive? I dati finora disponibili di pil e produzione industriale non consentono, secondo l’Istituto di statistica, una definizione precisa del ciclo economico. «Certo - si legge nel Rapporto - i segnali congiunturali sono in gran parte deludenti, con una evidente fase di stagnazione; e questa evoluzione segna gli ultimi anni come uno dei periodi più lunghi di bassa crescita dell’economia italiana». Una situazione che porta le imprese al più basso livello di indice di fiducia dalla fine del 2001.

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