L’Itaca boliviana di un moderno Ulisse

La parola «migranti» entra in scena solo dopo un'ora e un quarto di spettacolo, ovvero più o meno a metà. Ma è intorno ad essa che si snoda il viaggio di un Ulisse che in questa versione dell'«Odissea» boliviana di César Brie e del suo Teatro de Los Andes risulta trasformato da astuto eroe acheo vittima del suo fascino per l'ignoto e perciò condannato a un avventuroso esilio a icona del clandestino che valica le frontiere globali in cerca di fortuna e trova solo sfruttamento.
Tre anni di preparazione tra i Quechua delle verdeggiante vallata di Yotala, a quidici chilometri da Sucre, dove ha sede la compagnia-comune creata nel 1991 per la formazione di attori-poeti, che «portino il teatro tra la gente». Tre anni in cui Brie ha scelto come «testi» per la sperimentazione di un Odisseo che porti sulle spalle naufragi, mostri e passioni latino-universali Joyce, Borges, Kavafis, Pascoli, ma anche Jobim, Leonard Cohen e lo straziante «Shoah» di Claude Lanzmann e i dati ufficiosi delle agenzie viaggi sulle partenze dei sudamericani per il primo mondo. A sua volta esule, l'argentino Brie, attore, regista e drammaturgo, è ben noto ai milanesi che lo videro arrivare in città nel 1973 a diciotto anni con la Comuna Baires e poi rimanere per fondare il collettivo teatrale Tupac Amaru. Oggi porta in scena uno spettacolo che, dopo l'indimenticabile «Iliade» del 2000, ritenta un'esplorazione del testo classico che porta sul palco il peggio della contemporaneità. L'aere non conduce più presagi da interpretare, ma onde elettromagnetiche di cellulari che squillano impazziti per portare a uomini e ninfe gli ordini di dèi cinici e corrotti. Da Circe e le sue ancelle è sito il peggiore dei fast food: si offre cibo spazzatura che trasforma in porci. Polifemo è La Bestia, capo di un gruppo di pandilleros, i gangsters della bande latine di strada, che assaltano i migranti al confine tra Messico e Stati Uniti. In quest'ottica, il ritorno a Itaca diviene deportazione e fallimento di quelli che ormai sono un gruppo di mendicanti con le foto dei propri cari nel portafogli altrimenti vuoto.
Gli attori di Brie sono davvero completi: sanno danzare, cantare, farci ridere. In particolare le prove al femminile sono notevoli, Alice Guimaraes (Atena, Elena, Circe) e Mia Fabbri (Penelope, Ermione e ruoli minori) in testa. Tuttavia si esce privi di energie positive: impegno e denuncia sociale smorzano la poesia invece di esaltarla, la grandezza è confinata ai momenti d'intensità "domestica" mentre grandezza e visione di un mito che è ossessione di scoperta si esaurisce in rassegnati "cantos" sulla sopraffazione.