L’Italbici umiliata dal Tour Può solo sperare nei Giochi

Per il ciclismo azzurro si è chiusa, a Parigi, una spedizione disastrosa tra doping e sconfitte. Cunego a picco in salita. Ora ci aggrappiamo al solito Bettini

Da Parigi, attesissima, la prima notizia positiva per gli italiani: il Tour è finito. Una liberazione, si può tornare a casa. Anche se i risultati possono farci pensare che da casa non ci siamo mossi mai.
Doping e sconfitte, sconfitte e doping. Partiti con molti pruriti per la classifica della coppia Cunego-Riccò e per le tappe di Pozzato, restiamo senza classifica e senza tappe. Le uniche vittorie, tre, di montagna, sono taroccate: grazie alla premiata ditta Riccò-Piepoli, di quei trionfi resta solo l'imbarazzo e la vergogna. Ancora una volta, ci siamo fatti riconoscere. Come se dieci anni di scandali, come le storiche badilate a Pantani e a Basso non ci avessero insegnato niente. La speranza, adesso, è che ce li levino dai piedi.

Cosa resta, allora? Ci resta la pallidissima speranza che il giovane Nibali, un giorno, possa farsi uomo. Da Tour. Ma soprattutto ci resta la commovente propensione a perdere di Damiano Cunego, il nostro inviato molto speciale, bravissimo nella sua godibile rubrica, molto meno bravo e godibile sulle lunghe salite. Buona e incoraggiante solo la prima cronometro, cioè la disciplina storicamente più ostile. Sul cosiddetto terreno amico della montagna, solo fallimenti. Per il suo pubblico, uno strazio: ai primi tornanti, puntualmente e immancabilmente, Cunego staccato. Irriconoscibile. Eppure, cocciuto e tenace, mai un cedimento e mai un piagnisteo. Mai un proposito di darsi a precipitosa fuga, lì davvero imprendibile, verso la sua famiglia in Italia. Tutti i giorni, dignitosamente, Damiano ci ha messo la faccia e ha incassato. Per fermarlo, come tanti purosangue, hanno dovuto abbatterlo: nel finale, caduta tremenda, con mento aperto e torace tumefatto. Ha concluso la tappa come un Enrico Toti, avrebbe pure insistito per arrivare comunque a Parigi, ma i consigli dei tecnici l'hanno indotto a cedere. Lancio della spugna dall'angolo. C'era il rischio di compromettere anche la spedizione di Pechino, che è già qui dietro l'angolo.

Ecco, se proprio vogliamo evitare i barbiturici, non resta che voltare subito pagina e guardare ai Giochi. Nelle corse in linea siamo decisamente più presentabili. Un domani, col ritorno di un Basso debitamente candeggiato, potremo anche rialzare la testa nei grandi Giri: ma al momento siamo quelli di un giorno solo. Abbiamo diversi individui capaci di resistere fino in fondo e poi di piazzare uno sprint da elettrochoc. Lo stesso Cunego, se riesce a superare in tempo i lividi. Ma soprattutto Bettini, campione olimpico in carica, nonché bi-campione del mondo in carica. Contro di lui, più che altro, la statistica: è difficile pensare che riesca a vincere sempre. La corsa di un giorno, tra l'altro, è inevitabilmente più lotteria del grande giro: basta non digerire il caffelatte e l'occasione è persa. A suo favore, questa lucida efferatezza da purosangue, che nelle occasioni decisive risalta puntualmente fuori. Però attenzione: rispetto al Mondiale, le squadre sono molto più «svincole e sparpagliate», come diceva Pappagone. Ciascuno corre per sé, più o meno. Tant'è vero che vengono iscritti soltanto capitani, o quasi. E allora, non c'è molto da calcolare a tavolino: auguri a Bettini, ma soprattutto auguri al cittì Ballerini che deve fare la guardia al pollaio.

Al momento, non restano molte cose da aggiungere. Forse, smontando gli ombrelloni del Tour, ne resta una neanche tanto male, per noi. Riguarda sempre il processo di derattizzazione nel gruppo, per liberarlo dai sordidi personaggi che sappiamo. È pur vero che ancora una volta ci siamo caduti, nel modo più vergognoso e sfacciato. Ma è altrettanto vero che nessuno adesso può insegnarci come procedere. Da anni stiamo dimostrando al mondo quale trattamento riservare ai fetentoni del doping. Finché la chimica non sarà libera, il che è sempre un'idea, continuiamo a perseguirli senza pietà. Senza sconti. Senza guardare in faccia a nessuno. Non tutti possono dire lo stesso. Almeno per questo, nel ciclismo d'oggi, possiamo rialzare lo sguardo.