L’Italia è cambiata ma il premier non lo sa

Grande e diffusa fu l’indignazione quando il presidente del Consiglio uscente, e candidato a esserlo ancora, Silvio Berlusconi, forse pensando di essere spiritoso (e smentendo anni di raccomandazioni, a me, perché mi contenessi nel linguaggio) esclamò: «Non credo che gli italiani siano così coglioni da votare la sinistra». Perfino i suoi, pur condividendo, mostrarono preoccupazione e perplessità. E non è da escludere che egli abbia perso le elezioni, per quelle poche migliaia di voti, anche per quella estrema, e non conveniente (in senso letterale), incontinenza. Non sono passati molti mesi e l’attuale presidente del Consiglio, di cui si sono apprezzati il controllo e la moderazione, una bonomia, tutta emiliana, da monsignore o da frate cappuccino, s’indigna contro l’intero popolo italiano, dichiarando «il Paese è impazzito». L’impazienza e l’irritazione per le diffuse reazioni a una Finanziaria, fino a quelle sagge e apocalittiche insieme, di un premio Nobel, Rita Levi Montalcini, che dichiara di non essere disponibile a votare questa manovra, lo hanno indotto a un giudizio moralistico che non basta a contenere la bonaria e goffa solidarietà di Francesco Guccini. Prodi ha detto l’indicibile, davanti alle difficoltà oggettive di molti italiani, ai tagli e alle pressioni fiscali che mortificano i lavoratori, le università, i precari, cui viene dato largo spazio nella rossa Siena, il patrimonio artistico: «Ormai siamo in un Paese impazzito che non pensa più al domani, contro i tagli alla spesa si è reagito con ferocia impressionante».
Intanto in questa Italia dell’uguaglianza si scoprono gli stipendi e le liquidazioni spropositate per i manager pubblici, si pagano mille euro al mese ai ricercatori dell’università e si attribuiscono milioni di euro ai dirigenti delle Ferrovie mandati a casa come Testore; si garantiscono scorte a magistrati sconosciuti per proteggerli da minacce inesistenti; e non è un caso che le speculazioni selvagge denunciate in questi mesi, mentre gli italiani, tutti, secondo Prodi, impazzivano, avvengano o siano minacciate in regioni e città governate dal centrosinistra, da amici di Prodi. Nessuna follia è più grande dell’orrore compiuto a Monticchiello, in Toscana, denunciato da Asor Rosa, o di quello annunciato a Mantova e rivelato ai delegati del Fai da Giulio Maria Crespi. Impazzito appare un governo che non riesce a impedire scandali e scempi. È divertente che mentre in Francia la socialista Ségolène Royal esprime il suo pensiero sull’inadeguatezza degli insegnanti, ma avverte che non è il caso di parlarne in campagna elettorale per ragioni di opportunità (ed è denudata in internet), in Italia il portavoce di Prodi, Silvio Sircana, annuncia la catastrofica e suicida «nuova linea comunicativa del presidente» che, d’ora in poi, «dirà a voce alta quello che pensa». Senza rete Prodi, caduta nella rete Ségolène. Ma il fallimento di Prodi è ancora più evidente sul piano morale.
Mai prima era accaduto, neppure con bonarietà, che fosse consentito, attraverso la televisione sempre demonizzata perché messa comunque, pubblica e privata, in relazione con Berlusconi, di ridicolizzare il Papa. Se pensiamo allo scandalo per le vignette antimusulmane in Danimarca, rimbalzate in Italia per la maglietta di Calderoli, criticato da tutti per aver accennato ad aprire la camicia, pare inaudito che si consenta ciò che è stato giustamente denunciato dall’Avvenire. Il rispetto delle religioni altrui si basa sull’ineludibile rispetto della religione nostra e ha ben ragione Giuseppe Dalla Torre quando scrive che la satira sul Papa lede «il sentimento dei cattolici e quello di una ben più larga cerchia di persone educate e di buon senso democratico». Le patetiche ironie su Padre Georg, la caricatura di Papa Benedetto XVI sono un’espressione di autolesionismo e di aggressione da parte dei media di uno Stato contro il sovrano di un altro Stato. La questione investe inevitabilmente Prodi che non risulta sia, per elementare responsabilità diplomatica, ridicolizzato sulla radio e sulla televisione Vaticana. Tutto questo avviene durante il governo dell’Ulivo che, in questa inaudita dissacrazione, pare letteralmente impazzito e fuori delle regole della civiltà e del rispetto. Ancor più incredibile è che una persona pure avveduta come Sergio Valzania, direttore di Radio Rai, senza patire il controllo di nessuna commissione di vigilanza, generalmente attenta a questioni insignificanti e marginali, dichiari: «Il Santo Padre parla in modo un po’ buffo... E poi l’attuale governo mal si presta alla satira. Berlusconi era un conto, ma Prodi e Rutelli non vengono bene». Questa risposta sconfortante è lo specchio di un governo incapace di assumere la responsabilità, non soltanto economicistica, alla Padoa-Schioppa, ma autenticamente civile, rispetto al decoro dei cittadini e alla dignità dell’Italia. Come si può credere davanti alle ingiustizie e alla mancanza di rispetto per il valore degli uomini, alla importanza della ricerca e della formazione e agli stipendi risibili di chi vale rispetto a molti manager di Stato, all’affermazione di Prodi: «Io ho il problema di una disuguaglianza troppo forte»? Vogliamo credere a lui o alla Levi Montalcini? A lui o a Asor Rosa? A lui o a Giulio Maria Crespi? E insieme a questi testimoni di un’Italia civile, tutti gli italiani che trovano in tasse, tagli e balzelli una prova della totale inconsapevolezza dell’Italia reale rispetto a quella della caricatura di Quintino Sella, che è il ministro dell’Economia, difeso da Prodi, con l’inaudito richiamo alla tassa sul macinato. L’Italia è oggi, altra e diversa da quella di allora, ma Prodi non sembra essersene reso conto. Il suo destino è segnato. E la sentenza è scritta dal suo amico del «Mulino» Edmondo Berselli sconcertato dalle dichiarazioni sul «Paese impazzito». «Viene sempre in mente, in questi casi, il celebre apologo brechtiano sull’opportunità delle dimissioni del popolo, quando il popolo non capisce la linea del partito... Perché a forza di non farsi capire, a forza di incomunicabilità, sarà sempre più difficile per il governo imporre la virtù al popolo, e sempre più facile che il popolo manifesti al governo la propria insofferenza: se sono pochi a detenere la ragione, mentre in molti impazziscono, viene poi la volta che la pazzia generale, cioè la piatta normalità del Paese, manifesterà senza veli tutta l’insofferenza per il medico impietoso. E non sarà la Chiesa a soccorrerlo».