L’Italia conquista un posto al Consiglio di sicurezza Onu

Con 186 voti su 192 il nostro Paese diventa membro non permanente con Belgio, Sudafrica e Indonesia

Alberto Pasolini Zanelli

da New York

Per quattro dei cinque seggi in palio è stato un plebiscito ma anche una «passeggiata». Da cui l’Italia è emersa, statisticamente, come la prima della classe. Si trattava, ovviamente, di rinnovare un terzo dei seggi del Consiglio di sicurezza dell’Onu, o meglio la metà di quelli non permanenti dal momento che cinque sono detenuti stabilmente dai Potenti Fondatori: Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia. Gli altri restano in carica due anni e ogni anno se ne rinnova la metà. Un intenso lavoro diplomatico, non privo di qualche do ut des, serve in pratica a compilare una «cinquina», con tutti i pesi e i contrappesi del caso. Questa volta erano stati preapprovati due Paesi europei, Italia e Belgio, uno asiatico, l’Indonesia, e un africano, il Sud Africa. La ratifica toccava all’Assemblea generale, in cui sono rappresentati 192 Paesi ed è richiesta la maggioranza dei due terzi dei votanti. L’Italia ha ottenuto subito 186 «sì» contro tre no e tre astenuti. Quorum superato di slancio, così come da parte del Sud Africa (186 voti), del Belgio (180) e dell’Indonesia (158).
Il quinto seggio in palio è quello riservato all’America Latina, per raccogliere la successione dell’Argentina che ha completato il suo biennio. E qui si è accesa battaglia. Il candidato «istituzionale» doveva essere il Guatemala, fortemente appoggiato dagli Stati Uniti, senza evidenti motivi di opposizione in Europa o in Asia, avversato soltanto da qualche nazione latinoamericana. Un’unanimità contrattata, che ha funzionato quasi sempre nei decenni. Unica eccezione la scelta del seggio latinoamericano del 1979, al colmo cioè della Guerra Fredda. Proposta dagli Stati Uniti era la Colombia, ma Fidel Castro era ancora un mito in certe aree del mondo e Cuba fu il controcandidato, spalleggiato naturalmente dal blocco sovietico. Non riuscì mai a superare l’antagonista, ma riuscì a impedirgli di raggiungere la maggioranza dei due terzi. Così, dopo tre mesi di votazioni e di fumate nere, si giunse a una soluzione di compromesso e fu acclamato il Messico, regime allora piuttosto di sinistra ma di area occidentale. A tentare il bis nel 2006 è stato un recente jolly della politica internazionale, un uomo che è poco definire «insolito» come Hugo Chavez, che ha avanzato ufficialmente la candidatura del suo Paese e ha impegnato nella «campagna elettorale» l’unico atout del Venezuela: la ricchezza petrolifera. E così sono partiti da Caracas messaggi verso gli Stati più piccoli e più poveri, emarginati economici o geograficamente marginali. Chavez contava anche sull’appoggio della maggioranza dei Paesi musulmani in funzione strettamente antiamericana; ma il suo asso era un certo numero di Paesi latinoamericani in cui negli ultimi anni sono tornate al potere le sinistre.
Una candidatura lanciata in grande stile, in funzione soprattutto di dispetto verso Washington, con qualche potenzialità. I risultati sono inferiori alle speranze. Chavez è riuscito tuttavia a mettere assieme una minoranza di «blocco». In tutta una serie di votazioni il Guatemala è andato vicino alla maggioranza dei due terzi ma senza mai raggiungerla, oscillando tra un massimo di 116 e un minimo di 109 voti sui 124 inizialmente richiesti. Il Venezuela si è mosso su e giù in senso opposto, fra un minimo di 70 e un massimo di 76. È dunque possibile, sulla carta, una ripetizione della battaglia del 1979. E non mancano i possibili beneficiari, dal Costarica a Panama (filoamericano) all’Uruguay, governato invece dalla sinistra. Ma la posizione di Caracas appare più fragile in quanto alle sue spalle non c’è un blocco comunista in Europa che sostenne invece la causa di Castro. I più prevedono dunque che qualcuno fra i sostenitori della candidatura di disturbo rientri nei ranghi, anche perché si tratta di una coalizione estremamente eterogenea.