L’Italia dai coriandoli al veleno

(...) il suo, presenta subito le credenziali, fa insomma capire di non essere disposto a carezze e alibi. Gli americani sono bufali e bill, picchiano il giusto, noi ci adattiamo. Passano i minuti e non capisci bene quello che potrebbe accadere. E speri. Speri per quel pallone che passa nell’area yankee, speri per Del Piero che tiri fuori il coniglio, speri che Gilardino torni a suonare il violino ma ogni volta che Reyna o McBride si avvicinano a Buffon allora si suda una cifra. Poi c’è quel Cherundolo che ha un cognome da ultimo banco della classe e poi Bocanegra, fa hot line. Non ci resta che distrarci nell’assurdo film che continua a svilupparsi.
Bruce Arena sembra venuto via dai telefim di Fonzie, ha gli occhi che si incrociano e le narici larghe; Lippi sta in piedi, passeggia, si porta le mani ai capelli, gli astronauti americani esplorano il nostro territorio, i marziani siamo noi, senza una meta, vaghiamo per il campo, la porta del pelato Keller è un pianeta lontanissimo.
Si va a caso, gioco a singhiozzo, cambiando i cognomi non cambia il prodotto. Ombre bianche e ombre azzurre, rare immagini di football serio ma fotogrammi epici. Non è una finale, siamo soltanto al secondo compito in classe ma già sembra l’esame di ammissione all’università. Da oggi a giovedì ventidue, ore sedici, avremo quattro giorni per riflettere, ripensare, decidere, scegliere, fermarci, partire.
Contro la Repubblica Ceca ci giochiamo la faccia e il mondiale. Così improvvisamente si sono messe le cose per gli azzurri. Ma loro, i boemi, Nedved e Jankulovski, non stanno tanto meglio, hanno le stesse urgenze, se ci battono ci eliminano, e capirete che voglia hanno di fare il colpo della vita. Che storia è mai diventato questo mondiale? Era bello e facile fino a ieri sera. Sabato di giugno, giorno diciassette. Maledetto il numero. Te la do io l’America.