L’Italia degli ideali

Sul blog di Antonio Di Pietro, dopo l’omicidio del suo consigliere Giuseppe Basile, c’è un certo Paolo che propone di intitolargli «una piazza centrale», Angelo che paragona l’assassinio «a quello di Aldo Moro» e Mario a quello «di Falcone e Borsellino». Poi c’è Eduardo che incolpa «il Popolo della libertà», Tommaso «la classe dirigente del Pd» e Bartolomeo secondo il quale senza intercettazioni non si potrà indagare. Poi c’è Giuseppa Luigia che invoca «Grillo e Travaglio» mentre Francesco invece si appella a «Maroni e Brunetta», chissà perché. Un dichiarato «grillino», invece, invita mezzo Paese a «una marcia verso Montecitorio». E d’accordo, è gente ingenua, sono elettori di Di Pietro, qualcosa che la scienza deve ancora compiutamente spiegare: ma Di Pietro? Lui, a soffiare un pochino, ci ha provato, e qualche giornale c’è cascato. Ha parlato di piedi calpestati, di nemici celati «nelle aule consiliari», di analogie con altri dipietrini minacciati altrove. Ora, ovvio, è già passato ad altro e a puntare il ditone altrove. Anche perché a Lecce, intanto, non è che la pista politica è stata abbandonata: non è stata praticamente considerata. E comunque gli interrogatori parlano chiaro: storie di debiti, più probabilmente di donne, forse tre donne. «È morto per i suoi ideali», ha detto Di Pietro. Molto nobile. Per intanto, tira più un ideale che un carro di buoi.