L’Italia dei minareti senza controllo

Quello che dovrebbe farci più effetto nella vicenda della moschea di Perugia è il messaggio di congratulazioni spedito dal presidente del Consiglio al suo ministro dell’Interno. In un Paese normale quando i fatti dimostrano che un governo non ha fatto nulla per la sua sicurezza, anzi si è sempre mosso nella direzione opposta, nessuno si congratula con nessuno. I responsabili non vanno in televisione a dire quanto sono bravi e a sfoderare banalità sul «livello di attenzione che deve restare alto». Dove l’avevano nascosto il livello di attenzione in tutto questo tempo, mentre si moltiplicavano le denunce sul pericolo delle moschee, sugli imam improvvisati, sui burattinai che tirano i fili della propaganda jihadista?
Nella vicenda di Perugia gli unici a meritarsi degli elogi sono come sempre gli uomini delle forze di polizia, costretti a navigare a vista.
Due settimane fa raccontavo ai lettori del Giornale quanto mi aveva detto un funzionario dei nostri servizi di polizia a proposito della situazione che dovevano fronteggiare. Gli avevo anche chiesto: delle oltre 600 moschee italiane, quante sono quelle che riuscite a monitorare e tenere continuamente sotto controllo? «Con gli uomini e i mezzi che abbiamo», mi aveva risposto, «solo le più grandi». E per le altre come fate? «Ci muoviamo sulla base delle segnalazioni che ci arrivano dal lavoro di intelligence e a volte dalla stessa comunità di immigrati». Non si era tirato indietro nemmeno davanti alla domanda più scomoda: qualche segnalazione di possibili «anomalie» è mai arrivata da chi rivendica la gestione e la responsabilità delle moschee? «Intende quelli dell’Ucoii?». Proprio loro. «Non che io sappia». E le pare possibile che siano sempre all’oscuro di tutto? È la sola domanda sulla quale aveva preferito sorvolare, aggiungendo però una considerazione importante: se si vuole fare un’opera di prevenzione concreta, mi aveva detto, non bisogna partire dal terrorismo, quello è il punto terminale, l’effetto, come dire, parossistico del problema. Il problema vero per il nostro territorio resta quello delle strategie del fondamentalismo islamico nel suo insieme. Strategie che si stanno affinando e ramificando.
Chi segue e conosce le cose dell’Islam di casa nostra parla di tre direttrici di intervento, messe a punto nelle «centrali» del fondamentalismo internazionale e dirette ai Paesi europei. La prima riguarda l’azione di propaganda sui bambini degli immigrati, abituandoli ad associare occidentali, cristiani ed ebrei all’idea del male e del nemico da combattere. La seconda guarda ai giovani che vanno recuperati per la causa. Non è un caso che alla testa della Lega dei Giovani musulmani d’Italia ci siano oggi solo ragazzotti con le carte in regola: tutti espressione dell’Islam radicale. La terza, infine, riguarda le donne dell’immigrazione, forse il pericolo più insidioso per le strategie degli estremisti con le loro rivendicazioni di libertà e di riforme che in alcuni Paesi arabi hanno già aperto la strada alla democratizzazione della società e alla laicizzazione dello Stato. Quando, tra qualche anno, la comunità avrà raddoppiato i suoi effettivi dal milione e mezzo di musulmani che conta attualmente, il prezzo della trattativa sarà ancora più alto. La nostra risposta? Da un anno a questa parte: indifferenza, silenzio, qualche tavola rotonda in Parlamento dove gli ospiti d’onore, chiamati a dare suggerimenti, sono proprio estremisti di ogni sfumatura.
E in futuro? Per capire cosa dobbiamo aspettarci basta leggere le dichiarazioni rilasciate dal ministro Ferrero all’indomani dei fatti di Perugia: niente chiusura per le moschee sospette, ci mancherebbe, controlli e sorveglianza sono contro la libertà religiosa. Un registro degli imam? facciamolo ma d’accordo con l’Ucoii. Occupiamoci dei piccoli chimici che fabbricano bombe, conclude Ferrero, e lasciamo stare il resto. Come se i piccoli chimici nascessero dal nulla e vivessero nel nulla. E intanto, avanti con lo scambio di congratulazioni e complimenti. Bisogna capirli: quanto sono bravi fanno bene a dirselo da soli.