L’Italia delle bugie dalla Resistenza fino al piano Rovati

Giancristiano Desiderio

È tutta una grande bugia. Prodi è bugiardo. Il suo governo si regge su una verità non detta ma che tutti conoscono: il presidente del Consiglio sapeva tutto per filo e per segno del «Piano Rovati». La Finanziaria sbugiarda le promesse da marinaio dalemiano della campagna elettorale, mentre la sinistra è coerentissima con la sua vocazione alla menzogna che usa sei volte al giorno, prima e dopo i pasti. Ma ci possiamo stupire delle mille falsità di lorsignori? È sempre stato così. Non è un caso che l’ultimo libro di Giampaolo Pansa, da oggi in libreria, si intitoli La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti (Sperling & Kupfer). Le bugie di oggi hanno la loro casa nella Grande Bugia di ieri che introdusse nella vita pubblica italiana l’uso e l’abuso della doppia morale.
Le cose andarono così (per scrupolo bibliografico indichiamo anche i libri Intervista sulla destra e La morte della patria di Ernesto Galli della Loggia che ricostruiscono la scena del delitto nazionale). Il fascismo finisce in modo ambiguo, cioè non con la Resistenza bensì con l’ingresso in Italia di due eserciti stranieri e nemici, diventati Alleati, ossia quello americano e quello inglese. La caduta ambigua del fascismo genera l’antifascismo altrettanto ambiguo. La maggioranza degli italiani non crede alla mitologia della Resistenza, perché del resto non vi ha partecipato. Sa bene che non sono stati i pochi antifascisti italiani a vincere il fascismo, non si lascia abbindolare dalle verità ufficiali del Cln. Allora, come nasce la Grande Bugia? Semplice. Per comodità, per quieto vivere, per uscire dalla guerra e dal dopoguerra, gli italiani fingono di credere alla favola che i partiti del Cln raccontano: «Noi abbiamo sconfitto il fascismo e liberato l’Italia dal nemico tedesco». Una frottola perché a cacciare i tedeschi furono, appunto, gli anglo-americani. Gli altri complicarono solo le cose e - come dice Pansa con grande sincerità - la lotta partigiana dei comunisti fu una fase della conquista sanguinosa del potere. Stando così le cose, cinquant’anni e passa fa accadde che la Repubblica nacque non su una verità, bensì su una bugia e, di conseguenza, la patria morì di troppa menzogna. Come, infatti, è possibile costruire una coscienza civica quando tutti, sia i governanti sia i governati, sanno che quanto si dice in pubblico è bacato come la classica mela marcia?
Per dirla con le parole di Galli della Loggia: «Io sono convinto che il carattere progressivamente oligarchico-conservatore di quella che poi sarebbe stata chiamata la partitocrazia dipende da questa sua origine, che l’ha assomigliata a un gruppo di congiurati, legati per la vita alla preservazione della menzogna originaria su cui abbiano fondato la propria fortunata esistenza successiva». Domanda: ma è possibile che una bugia così lontana nel tempo possa ancora condizionare la vita pubblica italiana? La risposta è: purtroppo, sì. E il motivo è abbastanza semplice. La sinistra italiana non si è resa conto che nei primi anni Novanta non è solo esplosa Tangentopoli, ma è arrivato al capolinea l’intero regime della Prima Repubblica che, invece, la sinistra ha creduto di ereditare in toto teleguidando la rivoluzione delle toghe che ha colpito la Dc e il Psi lasciando in piedi il Pci-Pds. In altre parole, il Pci-Pds e ora Ds fa ancora finta di credere alla Grande Bugia, mentre gli italiani da tempo hanno detto basta alla storica frottola. La conseguenza politica è vistosa: mentre la sinistra, dai Ds a Rifondazione, restringe sempre e comunque la democrazia italiana al centrosinistra e ai sindacati, colpendo il ceto medio con la tradizionale e fallita lotta di classe, gli italiani sanno che è necessario allargare la democrazia italiana per avere uno Stato liberale e una politica che non abbia come fine il mantenimento del patto tra sinistra e sindacati.
La menzogna, dunque, coincide con lo stesso centrosinistra. Per esistere il centrosinistra non può non mentire. Per uscire da questo circolo vizioso non c’è alternativa: bisogna fare i conti con il passato per farlo finalmente passare. Gli italiani da tempo lo hanno fatto, come del resto si può capire anche scorrendo i titoli dei libri di Pansa e non solo di Pansa. La sinistra, invece, è rimasta ferma al suo passato, crede ancora che quell’autocoscienza fasulla maturata dopo la fine della seconda guerra mondiale sia la verità storica, mentre è solo una meschina falsità di partito. L’Italia non ha una sinistra all’altezza dei tempi e della storia nazionale. Ha una sinistra bugiarda.
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