L’Italia deve imparare a difendersi

Maurizio Gasparri

Tra le grandi questioni oggi in primo piano c'è quella europea. La sinistra ha scommesso solo su quest'Europa, che è diventata secondo alcuni il mito sostitutivo del Sol dell'avvenire, di un internazionalismo socialista crollato insieme al Muro di Berlino. La sinistra italiana, dal primo governo Amato ad oggi, ha giustificato ogni scelta in nome di questa Europa, si trattasse di introdurre una valuta, di giustificare manovre o super manovre economico-finanziarie. In ogni caso, si diceva, «dobbiamo fare questo per restare in Europa». E la sinistra oggi è più di noi orfana di questo modello privo di anima. Non l'Europa del Louvre e degli Uffizi, della cultura e delle cattedrali, delle città e della Storia, l'Europa delle sue lacerazioni e delle sue unioni, l'Europa delle radici cristiane che Gianfranco Fini tante volte ha richiamato perché fossero collocate in una Costituzione che, invece, e riteniamo non a caso, ad esse ha voluto chiudere la porta. Un'Europa che anche Tony Blair ha criticato recentemente, assumendo la guida semestrale dell'Unione. Che destina troppe risorse a settori con pochi occupati e che parla di ricerca, di sviluppo, di tecnologie, di modernizzazione, senza avere la forza di costruire un autentico progetto in questa direzione.
Qual è il pensiero della destra in questa fase? Dobbiamo essere gli ultimi di un acritico coro intriso di euroretorica? Non crediamo. Oggi è la sinistra più in difficoltà di noi di fronte allo sfaldamento di questo tipo di costruzione europea. Sono in crisi le leadership che hanno in maniera acritica tessuto le lodi di questo modello. La destra avrà modo e occasione per confermare e anzi valorizzare il nostro tradizionale europeismo, le nostre bandiere, i miti e i progetti per una sorta di neoeuropeismo. Ma in questa fase non dobbiamo temere di collocare al centro della nostra azione l'interesse nazionale. Inteso sia sotto il profilo morale che quello economico. Recentemente è stata giusta la battaglia italiana per difendere nel bilancio comunitario i fondi destinati al Sud. Facciamo bene a rivendicare un ruolo importante per un'Italia che da anni partecipa, accollandosi gravi rischi, a importanti missioni militari in tante parti del mondo. Un'Italia che non è più vaso di coccio tra vasi di ferro.
Il centrosinistra ha perso un architrave della sua politica economica e retorica. Ora deve scegliere su quale terreno collocarsi, la via di Mario Monti o quella di Fausto Bertinotti? E Prodi non deve fare una pubblica autocritica per un modello di cui è in qualche modo l'alfiere? Non dobbiamo rimanere sotto le arcate di un palazzo che vacilla pericolosamente. Pensiamo a costruirne un altro e intanto difendiamo noi stessi, l'Italia. Senza paura di deviare, quando occorre, dal politically-correct.
La destra spesso richiama il modello gollista. E proprio Chirac, andando a Bruxelles nei giorni scorsi, ha detto con realismo ai suoi colleghi europei che l'esito del referendum francese doveva indurre a un ripensamento sulla politica europea. Nei giorni scorsi Sarkozy ha parlato con molta prudenza del processo di allargamento e ha impresso una svolta alla politica francese. Ha messo addirittura in discussione il modello franco-tedesco e si è rivolto ai sei Paesi principali dell'Unione, tra i quali l'Italia. Dobbiamo anche noi metterci in cammino in questa fase, centrando la nostra azione su interessi nazionali e rivedendo i nostri percorsi europei, non per escluderli ma per ripensarli e rilanciarli.
C'è poi anche la questione dell'interesse nazionale sulla frontiera economica di fronte all'aggressione commerciale della Cina e di altri Paesi asiatici. Non possiamo certo chiuderci alla concorrenza o negare i fenomeni di globalizzazione, né possiamo pregiudicare lo sviluppo delle nostre esportazioni verso quei Paesi. Ma la concorrenza deve essere fatta con regole uguali. Noi abbiamo l'Europa delle burocrazie, dei mille e mille regolamenti, dei quintali di norme, gli altri non hanno nessuna regola e con costi bassissimi dovuti allo sfruttamento dei minori, all'assenza di regole sociali, al mancato rispetto dell'ambiente, riescono a portare sui nostri mercati prodotti a basso costo. Non è tentazione xenofoba, ma voglia del rispetto delle regole.
Dobbiamo essere noi, prima di altri, alla testa della protesta delle nostre imprese, delle aziende del tessile e del calzaturiero, di tanti altri settori che, in attesa di vedere ipotetici futuri vantaggi delle grandi esportazioni verso la Cina, subiscono le conseguenze negative delle importazioni senza regole dall'Asia che distruggono imprese e lavoro. Una battaglia che deve fare il centrodestra dando anche visibilità a quanto nel governo i nostri rappresentanti hanno già positivamente fatto al riguardo.