L’Italia entra nel mirino dell’Europa

I regolamenti nazionali puntano a tutelare mercato e scommettitori Oggi la sentenza

L’Italia è di nuovo nel mirino della Corte di Giustizia Europea per una vicenda legata al mercato delle scommesse e, nello specifico, ai procedimenti penali a carico di tre operatori collegati al bookmaker inglese Stanley: Placanica, da cui il nome del procedimento, Palazzese e Sorricchio. Costoro raccoglievano scommesse on-line tramite centri trasmissione dati senza avere la relativa concessione dall’Amministrazione dello Stato. I casi sono finiti davanti alla Corte di Giustizia Europea, la cui sentenza è attesa in giornata, perché i giudici dei Tribunali di Larino e Teramo sottolinearono le contraddizioni fra la normativa italiana e quella europea con particolare riguardo alla libera prestazione dei servizi (art. 49 del Trattato CE) e alla libertà di stabilimento (art. 43). A suo tempo, era il 6 novembre 2003, la Corte di Giustizia Europea emise una sentenza sul cosiddetto «Caso Gambelli» che prestò il fianco a interpretazioni contraddittorie nel momento in cui assegnò al giudice italiano «il compito di valutare se i requisiti per la gestione delle scommesse possano essere soddisfatti più facilmente dagli operatori italiani che non da quelli stranieri» e in particolare di «verificare se le sanzioni penali irrogate agli intermediari che facilitino la prestazione dei servizi da parte di un bookmaker stabilito nell’Unione non costituiscano restrizioni sproporzionate rispetto alla finalità di lotta alla frode».
In altre parole la Corte Europea, composta da 27 giudici e 8 avvocati generali, deve stabilire se una impresa autorizzata a offrire il gioco d’azzardo in uno Stato membro della Ue possa offrirlo in un altro Stato comunitario, nel quale non dispone di licenza e dove non intende sottostare alle imposte erariali. Nel caso in questione la Stanley International Betting dispone di una concessione britannica, ma non rientra nelle normative previste in Italia e non paga alcun balzello nel nostro Paese. La libera prestazione dei servizi, al pari della libertà di stabilimento, non può diventare un paravento per aggirare il fisco.
All’incirca un anno fa il governo italiano, facendosi scudo della sentenza emessa a suo tempo dalla Corte di Cassazione a sezioni riunite, dichiarò «irricevibile la domanda di pronuncia pregiudiziale» e, in subordine, propose «di risolvere la questione attraverso un’ordinanza alla luce dell’analogia con la sentenza Gambelli». Per il nostro Paese non sussiste alcun contrasto tra la giurisprudenza della Corte di Giustizia e quella della Cassazione. Lo confermerebbe la risposta già contenuta nella Gambelli.
Ma c’è di più. I regolamenti nazionali, al di là dei provvedimenti fiscali, puntano anche e soprattutto a tutelare il mercato e garantire gli scommettitori.