«L’Italia fa le barche. Ma poi le perde»

A chi giova? Certamente non all’immagine di un settore che sta tentando di risalire la china, né al business che il turismo nautico può generare. Né tampoco all’intero Paese. Ma allora, cui prodest? È questa la domanda, senza risposta, che in molti si fanno dopo gli spettacolari «arrembaggi» ferragostani agli yatcht di Vasco Rossi e Massimo Boldi, ultimi in ordine di tempo dopo il clamoroso sequestro del «Force Blu» di Flavio Briatore. Se lo chiedono in molti e, soprattutto, se lo chiede il numero uno della nautica italiana, Anton Francesco Albertoni.
Presidente, è un’offensiva senza precedenti...
«Bella domanda. Non ho certezze, ma è probabile che in un momento difficile il governo voglia mostrare i muscoli. È un suo diritto-dovere. Con grande ritorno di pubblicità. È una risposta brutta, triste. Magari non è la più giusta, ma è quella più facile. Però sbattere il mostro in prima pagina, a Ferragosto, paga molto. In Italia spesso ci facciamo del male da soli. Sappiamo bene che cosa era successo con il leasing nautico, rimasto paralizzato per un anno a partire dalla metà del 2008, quando sulle società finanziarie arrivò il ciclone Agenzia delle Entrate: accertamenti a raffica per oltre 200 milioni di euro. Risultato: rubinetti chiusi e paralisi del mercato. I “chiarimenti” sono durati un anno, fino al luglio 2009! E non mi risulta che tutti quegli accertamenti abbiano prodotto risultati apprezzabili».
Bandiere e registri navali... Perché l’inglese Lloyd Register e il francese Bureau Veritas hanno un «fascino» particolare?
«Esistono due ambiti ben distinti, uno tecnico che riguarda la costruzione e la successiva scelta della bandiera da parte dell’armatore, e uno fiscale. Quando l’armatore firma il contratto con il cantiere sceglie, nel 90% dei casi, l’Ente inglese perché il regolamento tecnico è molto più semplificato sia per il cantiere sia per l’armatore. Ma è anche l’Ente più blasonato che opera dal lontano 1764: una grande tradizione dal punto di vista tecnico che tranquillizza l’armatore. Ma è da lì che nascono i problemi, perché da lì si passa alla bandiera inglese e si adotta quella normativa: dalla scelta degli equipaggi all’assunzione del comandante e altro ancora. L’Italia vara le barche più belle del mondo e poi le perde... E perde anche gli equipaggi che sono poi quelli che scelgono dove tenere la barca, dove fare i lavori invernali. Così perdiamo anche l’indotto della manutenzione... Tutto questo va a incrociarsi con il nodo fiscale che non tocca solo queste imbarcazioni».
Spesso, però, l’armatore è di fatto una società.
«La maggior parte di queste barche sono intestate a delle società. La normativa europea - articolo 8 bis - è molto chiara. Se in Italia si stanno aprendo diversi contenziosi fra utilizzatori, società di noleggio e Agenzia delle Entrate, significa che qualcosa non funziona. Ucina ha segnalato da tempo queste discrasie all’Agenzia delle Entrate e delle Dogane perché le circolari esplicative lasciano spazio a libere interpretazioni. Non so come questi contenziosi andranno a chiudersi. Non escludo che qualcuno abbia approfittato dell’area grigia... Noi non difendiamo i furbetti, ma diciamo che non si può demonizzare un intero settore. Ci sono fior di società che lavorano bene e nella piena legalità».
C’è qualche società irregolare e qualche casa irregolare...
«Questo non lo so. Ma so che nel nostro settore non c’è più evasione che in altri. È evidente che quando si parla di centinaia di migliaia di euro per un noleggio settimanale si fa pura demagogia. Se affitti una villa di 700 metri quadrati a Ibiza piuttosto che a Porto Cervo le cifre sono identiche a quelle dell’affitto di un megayacht. Non vedo perché ci si debba scandalizzare di una cosa anziché dell’altra. È pur vero che in fondo noi siamo solo i costruttori, ma è altrettanto vero che un mercato interno vivace aiuterebbe anche noi. Parlo da contribuente: avere un’Italia così bella ma sottoutilizzata come solo noi sappiamo fare, è davvero sciocco».
Soluzioni a breve?
«Sediamoci a un tavolo ed esaminiamo le normative degli altri Paesi comunitari, nostri concorrenti. Poi scegliamo una linea comune. L’Italia non può mettersi a scrivere norme per conto suo».