L’Italia fa l’ingresso nella recessione assieme a Eurolandia

Anche nel terzo trimestre crescita negativa (-0,5%). Per la prima volta dal ’99 Pil sottozero nei Quindici

Dall’agricoltura al terziario, passando per l’industria, è crisi, perdita di valore aggiunto, minore ricchezza. In una parola, recessione. Una contrazione del Pil nel terzo trimestre pari allo 0,5% sul trimestre precedente, periodo in cui la frenata era stata dello 0,4%, condanna l’Italia alla prima recessione tecnica dopo quella sperimentata tra il quarto trimestre 2004 e i primi tre mesi del 2005. In fondo, l’Istat ha solo messo ieri il timbro dell’ufficialità a quanto già era ben chiaro da mesi, sotto l’incalzare di una crisi finanziaria mondiale che piega Eurolandia: -0,2% il Pil tra luglio e settembre, come nel trimestre precedente. Un fatto mai accaduto dall’introduzione dell’euro nel ’99. «È un fatto che succede in tutte le economie europee», ha commentato il premier Silvio cBerlusconi all’arrivo a Washington per il G20.
Si attendono ora ricette proprio dal vertice Usa, si spera in un ulteriore taglio dei tassi in dicembre da parte della Bce guidata da Jean-Claude Trichet, ora finalmente libero dai ceppi dell’inflazione. Cambiano le priorità, ovunque. E la prima è quella di rilanciare l’economia. Un quadro congiunturale così deteriorato il nostro Paese lo ha sperimentato, in anni recenti, solo tra il 1992-93, quando furono ben sei i trimestri negativi. Anni turbolenti scanditi, tra l’altro, dalla svalutazione e dalla successiva espulsione della lira dal Sistema monetario europeo, nonché dal mai dimenticato prelievo forzoso sui conti correnti deciso dall’allora premier Giuliano Amato, che varò l’altrettanto famosa manovra monstre da quasi 100mila miliardi.
Anni irripetibili, ora che l’Italia è inserita a pieno titolo nell’Unione monetaria. Ma certo il doppio passo falso del Pil rischia di complicare le cose al governo. Lorenzo Codogno, capo della direzione analisi e programmazione del Tesoro, spiega che il dato di luglio-settembre non impatterà sulle previsioni 2008 elaborate da Palazzo Chigi (crescita dello 0,1%), ma piuttosto su quelle del 2009 (+0,5%).
Tra gli analisti, tuttavia, le valutazioni sulla durata e sull’entità della recessione divergono. Le stime meno pessimistiche poggiano sul probabile apporto di maggiori consumi privati garantito dall’allentamento delle tensioni inflazionistiche (dal 4,1 di luglio al 3,2% di ottobre) e dalla spinta alle esportazioni offerta dallo sgonfiarsi dell’euro (da circa 1,6 dollari, sempre a luglio, agli attuali 1,27); c’è anche chi individua una maggior capacità competitiva delle nostre imprese rispetto a quelle tedesche grazie alla maggiore produttività e a un costo del lavoro che cresce meno. Altri, invece, non vedono segnali di ripresa a breve e mettono in conto altri trimestri negativi legati anche alle debolezze strutturali dell’industria.
Trovare una cura non sarà comunque facile. Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico, punta sul rilancio degli investimenti pubblici (12,7 miliardi per infrastrutture, ferrovie e strade) e sul sostegno dei redditi e dei consumi delle famiglie meno abbienti. «Avvieremo il piano casa per costruire decine di migliaia di alloggi a canone sociale. Abbiamo poi varato - aggiunge - sgravi per le bollette elettriche e del gas per le famiglie numerose e disagiate per 800 milioni di euro. Entro Natale arriveranno 400 milioni con la social card». Sullo sfondo restano anche le ipotesi circolate negli ultimi tempi, come la detassazione delle tredicesime, il bonus bebè e l’allargamento dei fondi per la cassa integrazione. Una spinta agli investimenti nelle infrastrutture e aiuti alle famiglie con basso reddito è quanto chiede il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, che invita a «non farsi prendere dal panico» e suggerisce di detassare gli utili reinvestiti e di ridurre l’Irap. Entro il 26 novembre, comunque, la Commissione Ue presenterà il piano di rilancio economico, il cui fulcro sarà costituito da misure antidisoccupazione e dalla possibilità di concedere aiuti non solo alle banche ma anche alle imprese, anche se con alcuni vincoli. Il sostegno all’auto, per esempio, potrebbe essere subordinato agli investimenti in nuova tecnologia necessari per produrre veicoli meno inquinanti.