L’Italia come la Germania comunista Il garante: «Basta spiare i cittadini»

da Roma

Miliardi e miliardi di telefonate, e-mail, sms, mms, connessioni con siti internet, blog, chat-line, localizzazione dei cellulari, pagamenti con carte di credito... In Italia si conserva tutto. E da questi dati di traffico telefonico e telematico, anche senza conoscerne il contenuto (non si tratta di intercettazioni), si può ricostruire molto su vita, morte e miracoli di milioni di cittadini: movimenti personali, interessi, opinioni politiche, credo religioso, orientamento sessuale... Il nostro Paese ha stabilito finora, per la conservazione dei dati ai fini di giustizia, limiti di tempo ben più ampi degli altri Paesi: 5 anni. I magistrati, insomma, hanno a disposizione uno strumento formidabile per le loro inchieste, senza tanti paletti. Ma il Garante per la Privacy, Francesco Pizzetti, si prepara ad una grande operazione di pulizia dal 2008. Il «pacchetto Pisanu» del 2005 ha stabilito che tutto il pregresso viene conservato fino al 31 dicembre, ma poi introducono nuovi limiti. Per i dati telefonici sono sempre ampi, 4 anni (2 per tutti i reati, altri 2 per quelli più gravi), mentre per quelli telematici il tetto è di un anno. Con l’anno nuovo dovranno essere eliminati gli accumuli vecchi e si aprirà un’era nuova. Ecco perché l’Autorità vuole «blindare» i dati a disposizione delle toghe con nuove regole, per proteggerli da ogni tipo di furto, spionaggio, dossieraggio, intrusioni anomale. «Accessi infedeli», li chiamano.
Professor Pizzetti, che cosa cambierà nel sistema?
«Abbiamo stabilito le misure da rispettare nella conservazione dei dati telefonici e internet per accertare e reprimere i reati. Sono dirette ai gestori telefonici e ai fornitori di servizi di comunicazione elettronica. Ci lavoriamo dal 2005 e da giovedì il documento organico è stato sottoposto ad una consultazione pubblica. Aspettiamo pareri dai ministeri della Giustizia e dell’Interno, dal Csm, dalle aziende, da associazioni di categoria e dei consumatori. Ma entro il 31 ottobre, perché immediatamente dopo il provvedimento sarà definitivo».
La magistratura fa un uso di questi dati, come delle intercettazioni, molto più ampio che nel resto del mondo. È giusto conservarli per così tanto tempo?
«Questo è un problema politico che il legislatore si deve porre. Certamente, in questo campo si parla di un’anomalia italiana, anche perché è molto vasta la gamma di reati per i quali è prevista la conservazione dei dati. E poi, la direttiva europea Frattini del 2006 fissa da 6 mesi a 2 anni il limite massimo. C’è un contrasto con le nostre norme. Il governo deve ancora darne piena attuazione e la Funzione pubblica ci ha chiamato per una consultazione al riguardo. Il nostro è un Paese ad alta criminalità, tra malavita organizzata e terrorismo, ma bisogna essere consapevoli del fatto che è stata compiuta una scelta molto pesante, fissando un limite massimo di 4 anni per i dati telefonici. Come Garante della privacy il mio compito è chiedere che questi dati siano trattenuti il minor tempo possibile. E non solo a tutela dei cittadini, ma anche dell’intera collettività e nell’interesse della giustizia e della funzionalità delle istituzioni».
Finora, il sistema è sembrato un colabrodo. Perché in Italia la privacy è così difficile da proteggere?
«Quel che è successo in Italia negli anni passati giustifica ogni allarme. Più volte la tutela delle nostre banche-dati è risultata inadeguata. Per il Ced (centro elaborazioni dati), l’anagrafe tributaria e le intercettazioni siamo intervenuti con vari provvedimenti. Questo è solo l’ultimo. Purtroppo, da noi dopo grandi fiammate di interesse per fatti che magari coinvolgono personaggi importanti, si fa poco. È necessario un salto culturale: convincersi che la tutela della privacy non è solo un lusso della società».
Quali sono le nuove regole?
«Riguardano soprattutto l’identificazione costante di chi accede ai dati e delle sue finalità, la segnalazione di comportamenti anomali, le tracce di ogni operazione, i controlli interni periodici, la cifratura a protezione dei dati. Misure quasi banali, perché le banche-dati sono come caveau pieni di tesori, che possono essere usati per fini legittimi o illegittimi».