"L’Italia guarda Ma questa non è una fiction"

Vigevano - Più che una conferenza stampa è un corpo a corpo. Il procuratore Alfonso Lauro riceve i cronisti in una stanza angusta e, già che c’è, più che dare notizie bacchetta quotidiani e Tv. Se la prende con questo o quell’articolo e cerca di rinchiudere l’inchiesta dentro le stanze della Procura. Impresa difficilissima, dopo quindici giorni in cui Garlasco e Vigevano sono diventate una vetrina frequentata da milioni di italiani, ma lui ci prova: «Qui non siamo a Csi, non siamo in tv dove tutto si risolve in mezz’ora. L’indagine è una cosa lunga, non uno spettacolo teatrale perché questo pare che stia diventando».

Per capire cosa è già, basta fare pochi passi e scendere in strada, oltre la facciata dell’edificio che, ironia della sorte, sembra proprio quella di uno dei tanti teatri dell’Italia profonda. La folla staziona in attesa di chissà quali rivelazioni, in bilico fra orrore e fotoromanzo, Vigevano non è poi così lontana da Potenza, dalle attricette, dai paparazzi, solo che qui si parte dal sangue, dal Ris, dal martello che non si trova.

E poi pure a queste latitudini è piombato Fabrizio Corona: la settimana scorsa era a Garlasco, per parlare con le due cugine Cappa, Paola e Stefania, ora, nel giorno in cui la Procura maneggia l’elastico ribelle dell’inchiesta sotto i riflettori, rieccolo per le strade di Vigevano traboccanti di telecamere. Ormai è una filastrocca: Corona insegue l’inchiesta che insegue, anche, le evoluzioni di due cugine che inseguono i media che inseguono un po’tutti. Vigevano non è Csi, ma è l’Italia appollaiata sullo sgabello televisivo. Lauro raffredda l’ambiente con secchiate di inviti alla pacatezza, intanto Tv Sorrisi e Canzoni provoca l’ennesimo cortocircuito: le gemelle K, come le hanno ribattezzate, volevano essere veline. Non solo come aspirazione dell’animo, già registrata dai media, ma nel senso che ci avevano provato. Negli anni scorsi avevano partecipato a tre differenti casting per entrare a far parte di alcuni programmi Mediaset. La più motivata era Paola: «Donna al volante, pericolo costante», diceva di sè con la stessa spigliatezza con cui ha costruito il fotomontaggio che la ritraeva insieme alla sorella e alla cugina scomparsa. Paola e Stefania, così inadatte a vestire i colori del lutto, erano invece risultate idonee per «figurazioni e comparsate» e come concorrenti per alcuni programmi. In Tv, però, ci sono arrivate in un altro modo. Quando le telecamere sono entrate nelle loro vite. Le telecamere che ora tengono come un ostaggio l’inchiesta. E fanno arrabbiare il Procuratore Lauro.