L’Italia ha già conquistato la Georgia

Il ct avverte i suoi: «Non voglio gente con la puzza sotto il naso». Recuperato Pirlo. Nesta, Camoranesi, Di Natale e Perrotta le novità

nostro inviato a Tbilisi

È la sua sera e l’accarezza come si fa con una bimba spaventata da un brutto sogno al risveglio. Antonio Di Natale ha negli occhi sgranati davanti ai taccuini e alle telecamere la sicurezza di una prova, importante, forse anche decisiva, da superare nel bel mezzo della Georgia, a Tbilisi, vestito di azzurro. «Sarebbe bello anche fare gol, di destro o di sinistro, magari anche col sedere» detta ai cronisti che lo braccano e indovinano dalle sue parole la scelta di Donadoni presa probabilmente sabato notte, dopo aver liquidato, con troppi affanni e qualche fischio, l’Ucraina. Piacque molto, quella sera, Di Natale agli azzurri e al Ct oltre che a Gigi Riva che ne apprezza il carattere di napoletano misurato, forse allevato in Friuli dove la pazienza è un valore aggiunto. «Niente problemi per l’intesa con Toni, ai tempi dell’Empoli io giocavo nella primavera della squadra toscana, lo conosco bene» è la sua risposta, abile e perentoria, che sembra chiudere il varco a qualsiasi dubbio o ballottaggio. «Sto bene fisicamente e mentalmente» insiste e non c’è bisogno di rimarcarlo perché s’indovina al volo dai suoi comportamenti in volo da Roma a Tbilisi e nel lavoro sul prato dello stadio georgiano dove le sue veroniche diventano uno dei rari momenti di spettacolarità del test organizzato dal ct. «Abbiamo davanti un solo obiettivo: fare una grande partita per vincere e realizzare i tre punti necessari» aggiunge Di Natale che da queste parti arrivò per decisione di Trapattoni e poi si eclissò dalla scena meritandosi qualche citazione non proprio favorevole, per le parolacce lanciate all’indirizzo di Cosmi, acqua passata d’accordo. Adesso che sta per arrivare una grande occasione, Di Natale è pronto a dimenticare tutto: perché chi sa aspettare è un uomo in gamba.
Al suo fianco, mentre Antonio azzimato e con gli occhi sgranati parla e racconta del suo stato d’animo, c’è un Del Piero da seguire e da ascoltare. Intorno a loro c’è un entusiasmo che sa di sagra paesana: almeno mille tifosi che rompono il cordone di sicurezza, che circondano il torpedone azzurro, che reclamano autografi e fotografie al volo. «Mi ritrovo a mio agio in questo clima ma non avverto difficoltà dinanzi ai fischi: di solito sono il segno di una grande paura o di una grande stima inconfessata» realizza così la sua piccola vendetta contro i fischi, pochi in verità, dell’Olimpico all’uscita sabato notte, a Roma. Ma si vede anche qui, incrociando il suo sguardo, che non è in gioco la sua maglia e nemmeno la sua passione, stasera contro la Georgia. «A questa maglia tengo, resterei fino ai 40 anni» sintetizza con una determinazione che è quella di sempre, incrociata a Dortmund nella notte della semifinale contro la Germania, per esempio. Quel Del Piero è ancora qui e lotta insieme a noi. Senza lasciarsi condizionare da una esclusione possibile e magari dall’arrivo in corsa per centrare un risultato che non ha vie d’uscita. «Lo sappiamo ma non sarà facilissimo conquistarlo» insiste, perché niente, nel calcio attuale e nella sua carriera, ha avuto il soffio leggero di un regalo del destino. Niente tranne il talento che adesso è al servizio completo della Juve e a mezzo servizio in azzurro. Dove Del Piero può accompagnare per mano Di Natale e magari poi prendergli il posto senza provocare sconquassi dentro e fuori il club Italia. Forse i due si assomigliano e perciò funzionano se giocano insieme e per la stessa, identica causa.