L’Italia fra Lumi e ombre

Innovazioni e carestie, sovrani lungimiranti e tasse nel saggio di Dino Carpanetto e Giuseppe Ricuperati

Leggendo L’Italia del Settecento di Dino Carpanetto e Giuseppe Ricuperati, si conferma l’idea che per inquadrare i molteplici aspetti dell’oggi è bene rivangare il passato, con gli strumenti scientifici della storia.
Nel 1764 Napoli rivestì la maglia nera tra le capitali europee, ultima metropoli a subire una moria per fame. Delle 200mila vittime in Campania, 40mila appartenevano ai vicoli e ai bassi partenopei. Non sappiamo se torreggiassero rifiuti, in quell’emergenza tragica. C’era poco da consumare, in una carestia prevedibile, perché in quell’anno i raccolti erano stati scarsi in Europa, e i prezzi galoppavano. Quali rimedi aveva posto in atto l’Annona, il superministero dell’alimentazione, capace sulla carta di sfamare più di 300mila bocche? «Quella - scrisse un letterato dell’epoca, Ferdinando Galiani - era difettosa in tempi normali, inutile in tempi calamitosi».
Alle falde del Vesuvio c’era troppo poco Stato. Anzi, non ce n’era neppure l’ombra. Le direttive del Palazzo s’incagliavano in una rete di baronie, di grovigli d’interesse feudale, di esenzioni particolaristiche, di privilegi ecclesiastici che tarpavano le ali a qualsiasi provvedimento. Questa era l’analisi (confermata dagli storici moderni) degli intellettuali napoletani, i Giannone, i Genovesi, i Filangieri, vicini ai lumi di Montesquieu e di Rousseau, indipendenti e vivaci nei loro girotondi di parole e di utopie, ma non interessati a scendere in campo, a dare contributi di lotta e di progresso politico. Il Borbone, re di Napoli con il nome di Carlo VII, si atteggiava a despota illuminato, ma dal 1759 teneva casa a Madrid. Aveva nominato, è vero, un Reggente, un autocrate (anche i Romani antichi, quando si metteva male, eleggevano un dittatore ad interim), Bernardo Tanucci, un politico non sprovveduto che nel carteggio registrò lucidamente le magagne della società napoletana (amministrazione inefficiente, protervia e ignoranza degli aristocratici, miseria di un popolo strangolato dalla corruzione dei dipendenti pubblici), ma procedeva alla giornata, con empirismo, e non ce la fece a navigare nel mar dei sargassi di una mentalità immobilistica.
Non andò meglio con il figlio di Carlo, Ferdinando IV: s’insediò nel 1767, ma come riformatore non valeva un’unghia della consorte, Maria Carolina, che nel sangue aveva l’energia della madre, l’imperatrice asburgica Maria Teresa. Se Napoli piangeva (e con lei le province del regno, Puglia, Calabria, Palermo), Roma non rideva. Prospero Lambertini (papa Benedetto XIV, 1740-1758), sull’abbrivio del predecessore, Clemente XII, chiuse la fase più oscura, la curia rinascimentale dei principi porporati nepotistici alla Borgia, lavorando per l’avanzamento della cultura e perfino della politica, con aggiustamenti in campo amministrativo e fiscale (colpì l’usura, liberalizzò il commercio, investì in risanamento di paludi e riordino dei fiumi, Po e Reno, nel bolognese natio), ma la sua fu una parentesi. Quello pontificio era uno Stato anomalo, accerchiato da giganti, che doveva sfamare una capitale onnivora, parassitaria, e le cui finanze sgorgavano dal prelievo devoto di tutta la cristianità: era fatale che si arroccasse in sé, in forme di reggenza immote, senza tempo.
Nell’Italia del Settecento per sentir parlare di riforme e di tasse in senso moderno (delizie e croci di ogni governo, anche attuale) bisogna affacciarsi al Piemonte sabaudo. Qui un monarca aperto, Vittorio Amedeo II, che da duca di Savoia arrivò a re di Sardegna (1718-1730), mise mano al più vasto e articolato progetto di mutamenti dello Stato. Non si fanno riforme con i fichi secchi. Cambiare costa. Un sovrano deve avere certezza delle entrate. E il denaro fresco è quello delle tasse. Che devono essere eque, regolari, controllabili, affidate a un sistema di funzionari preparati e, nei limiti, specchiati. L’opinione pubblica gradisce la trasparenza. Tot viene versato dai cittadini all’autorità, tot ritorna sotto forma di miglioramenti tangibili in funzionamento delle istituzioni e qualità della vita.
Un teorema limpido, ma di ardua applicazione, se ci si mettono di mezzo soprusi, rottami feudali, esenzioni incancrenite dall’inerzia e dalla prepotenza di ceti privilegiati senza diritto. Un ginepraio che Vittorio Amedeo cercò di sfoltire, istituendo una Ferma generale (organismo accentrato del fisco), che sostituisse l’ingranaggio frusto e dispersivo degli appalti privati. I fondi andarono a modernizzare istruzione, esercito, sanità e assistenza pubbliche. L’attenzione si concentrò anche sulla proprietà fondiaria, con la creazione di un catasto, perfezionato da Maria Teresa nei suoi possedimenti lombardo-veneti. Non si chiamava ancora ICI, dannazione di ogni condomino, ma era un vivace sprazzo illuministico nell’Italietta di quei tempi.