L’Italia è il paese dei 10 milioni di figli unici

Eleonora Barbieri

da Milano

Per le statistiche sono la normalità ma, per molti, sono ancora dei «mezzi colpevoli». I figli unici, quelli che, secondo i numeri, dovrebbero dominare la società del XXI secolo, nell'immaginario comune sono ancora sotto accusa perché, se non sono viziati o egoisti, sono, comunque, un po' sfortunati. Gli ultimi dati, diffusi l’altro ieri dall’Istat, raccontano un drastico calo nel numero medio di fratelli, da 2,4 a 1,9. Aggiungono il numero più importante: i figli unici italiani sono dieci milioni, cioè una persona su sei. Le famiglie con un solo bambino sono cresciute in sette anni di quasi il due per cento. Nel 1995 erano il 43,4 per cento, nel 2002 invece il 45,1 per cento. I decimali raccontano una società che cambia e che ovviamente fa differenze tra Nord e Sud: nell’Italia nord-occidentale si sale al 53,6 per cento, mentre nell’Italia meridionale si scende al 33,8 per cento.
Differenti, quindi. La diversità (in negativo) del figlio unico, però, è sempre più il residuo di un'epoca quasi del tutto tramontata. E non solo per i numeri: in Europa la media di figli è di 1,4 a famiglia; i dati dell'Istat parlano, per l'Italia, di 1,3 figli per donna. E se, nel 2003, è cresciuto il numero di coppie con due figli (il 43,8%), il terzetto familiare era comunque dominante, il 45%. Il fatto che, quando si parla di figli unici, prevalga spesso il pregiudizio, è dimostrato anche dagli ultimi studi sull'argomento, ripresi sul quotidiano britannico Guardian da un'interessata, la giornalista e figlia unica Emma Brockes.
Una ricerca condotta da Helen Bowcock all'Università del Kent sottolinea come quello del figlio unico «asociale» ed emarginato sia soltanto uno stereotipo, così ben noto ai ragazzini che, ormai, loro stessi si sono abituati a sviluppare delle «strategie compensatorie» per combattere il preconcetto da un lato, e la solitudine dall'altro. Anzi, proprio perché cresciuti solo con i genitori, sono particolarmente socievoli e precoci nelle amicizie: «I figli unici sono affamati di relazioni - spiega lo psichiatra Gustavo Pietropolli Charmet, specializzato in tematiche riguardanti il mondo dell'adolescenza, a cui ha dedicato anche il suo ultimo libro Non è colpa delle mamme, edito da Mondadori - Per loro costruirsi un gruppo di amici è un bisogno primario. Il desiderio di un “fratellino sociale” è forte e assolutamente fiducioso, perché privo degli elementi di competizione che nascono in famiglia». Spesso sono le madri a diventare amiche, per spingere i figli a frequentarsi, fin dall'asilo: così si crea una rete di relazioni diversa rispetto a quella fraterna ma, non per questo, meno solida o intima. Certo la memoria familiare, la complicità e l'alleanza di fronte ai genitori e al mondo degli adulti sono impossibili da ricreare: ma, non per questo, i figli unici sono soli. E parlare di indipendenza non è necessariamente uno scudo, un modo per mascherare l'insoddisfazione. «Sembra - nota Bowcock - che i figli unici debbano essere svantaggiati per forza». Secondo la studiosa, non c'è neppure un legame esclusivo fra scelte professionali e familiari: le madri che decidono di avere un solo bambino non lo fanno per dedicarsi alla carriera ma, piuttosto, «per dare al figlio ciò non loro non hanno avuto».
Tanta attenzione esclusiva fa sì che, spesso, il bambino sia destinato a una professione prestigiosa o a una carriera di alto profilo, come messo in luce anche dagli studi dell'americano Frederick Leong. I figli unici, quindi, non sono isolati e, neppure, meno svegli di chi abbia fratelli o sorelle, anzi: «Questi ragazzi sono quasi “costretti al successo” - prosegue Pietropolli Charmet - perché il modello educativo dominante oggi tende a capire il bambino, ad aiutarlo a dire la sua, a tirar fuori tutta la sua ricchezza: il genitore non deve “domarlo” ma, piuttosto, essere al suo servizio. Tanta adorazione assegna al bambino un compito, una missione che crea, allo stesso tempo, aspettative molto elevate».
Ogni cura, ogni attenzione è per il figlio, ma questo non significa che possa «fare quello che vuole». La sua educazione, al contrario, può essere particolarmente rigorosa ed esigente, tanto da cadere nell'opposto, in una spinta eccessiva al perfezionismo: è il caso dei «genitori elicottero», come li definisce la psicologa americana Madeline Levine nel suo libro The Price of Privilege (Il prezzo del privilegio), mamme e papà sempre pronti a invadere ogni aspetto della vita del figlio, nel tentativo di garantirgli il successo. Da questo punto di vista, il figlio unico può essere più fragile perché, nel mondo reale, non è detto che ottenga lo stesso riconoscimento di cui gode in famiglia. Il capriccio, la crisi, qualche colpo all'autostima non sono però un'esclusiva. Toccano a tutti, e i figli unici non sono neppure più viziati degli altri: «Oggi tutti i bambini sono viziati - conclude Pietropolli Charmet - ma nei confronti dei figli unici permane il pregiudizio: come se fosse “troppo comodo” non essere nato con dodici fratelli e sorelle e, magari, fra gli stenti».