L’Italia, Paese di fragile Costituzione

Pur non essendo vecchio come il cucco, Michele Ainis sembra uscito da una commedia di Eduardo De Filippo. Ricorda un po’ quel nonno che, schifato dal mondo, si ritira in soffitta e comunica con i parenti grazie ai fuochi d’artificio. Ottimo studioso ed eccellente giornalista, Ainis non si smentisce nel suo ultimo saggio Una storia italiana. Vita e morte di una Costituzione (Laterza, pagg. 164, euro 10). Ironizza sui «saggi» riuniti a Lorenzago che in quattro e quattr’otto sfornano quella riforma costituzionale che, riveduta e corretta dal Parlamento, saremo chiamati a confermare il 25 e 26 giugno. Ma sorvola colpevolmente sul fatto che i quattro moschettieri di Berlusconi non sono partiti da zero ma hanno fatto tesoro delle proposte che sono fiorite nel corso di un dibattito che si trascina da un quarto di secolo.
Ancora. Veste i panni della pubblica accusa e non si nega il piacere di segnalare le ombre della predetta riforma. Ha il torto tuttavia di non sottolinearne le luci. Che sono tante. Certo, tutto è perfettibile. Ma se la riforma fosse bocciata per via referendaria saremmo costretti a tenerci sul gobbo la modifica del Titolo V voluta dal centrosinistra, che ha dato vita a un federalismo squilibrato e inondato di ricorsi alla Corte costituzionale. D’altra parte è lo stesso Ainis a sottolineare che fu proprio Scalfaro nel 1992 a perorare un percorso riformatore. Quello stesso Scalfaro che oggi si erge a difensore di una Costituzione ormai delegittimata da partiti che per tanti anni a chiacchiere avrebbero voluto modificarla. Perciò se la riforma non verrà approvata rimarremo in mezzo al guado per chissà quanto tempo ancora. Con una prima Repubblica al tramonto e una seconda che stenta ad affermarsi.
Ainis riconosce che la nostra Costituzione è «austera. C’è più comunismo che consumismo, fra i suoi diversi articoli». Per avere detto più o meno la stessa cosa, c’è mancato poco che Silvio Berlusconi fosse lapidato. E poi da chi? Da quei partiti di centrosinistra che si considerano eredi delle forze politiche che hanno fatto la Costituzione ma che poi sono state sciolte dal voto degli elettori. E, una volta dissoltesi, non c’è stato più nessuno - per dirla con Costantino Mortati - a sorreggere la Carta del 1948. Ainis inoltre sostiene che «quando cade ogni distinzione fra maggioranza e opposizione tutti sono responsabili di tutto, e perciò nessuno risponde più di nulla». Concorda con un giurista del calibro di Carlo Lavagna il quale «sostenne la tesi che la nostra Carta costituzionale, per ciò che dice e anche per quello che non dice, consente un’economia di tipo socialista, in una società perfettamente egualitaria». Ma ecco la morale della favola: mentre noi abbiamo menato il can per l’aia per troppo tempo, la Francia è passata dalla Quarta alla Quinta Repubblica «in meno di 90 ore».
Un libro amaro, questo di Ainis. Destinato a suscitare polemiche a dritta e a manca per i suoi sferzanti giudizi che non risparmiano nessuno. Neppure i suoi colleghi. «Qui in Italia, se fai divulgazione dall’alto di una cattedra, per prima cosa i tuoi colleghi pensano che non sei più capace di dedicarti alla ricerca, e che dunque non meriti la cattedra. E allora tanto vale restarsene in silenzio». Ben detto. Sia chiaro: questo saggio ben costruito va preso con le molle. Checché ne dica l’autore, la verità è che la Costituzione è morta perché sono venuti meno i soci fondatori. Ma due cose mi piacciono di Ainis. A differenza di tanti costituzionalisti, scrive meravigliosamente bene. E poi, se ci capite, è un anarchico con senso dello Stato. Come me.
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