L’Italia di Picca tra Foscolo e Marco Paolini

Laura Novelli

da Roma

Lo ha composto ad alta voce, di getto, durante una di quelle vacanze al mare in cui la mente spazia libera, mescolando volentieri ricordi, visioni, ossessioni personali. E ad alta voce lo recita: in piedi e quasi immobile davanti ad un leggio che è l'unico oggetto di scena, come fosse un proclama, un comizio, un «urlo» appassionato contro la nostra vecchia patria. E va bene così, perché il poemetto inedito di Aurelio Picca L'Italia è morta, io sono l'Italia - presentato in forma di reading dallo stesso autore al teatro Palladium di Roma nell'ambito del «Festival del Racconto» - si pone in una zona franca dove confluiscono generi e stili diversi: viaggio di formazione che attraversa in lungo e largo lo Stivale a bordo di una sfavillante moto immaginaria («ho la moto in testa come la morte»); passeggiata autobiografica tra i ricordi disseminati in luoghi, città e monti di una Madre/Italia che non c'è più (motivo materno che ben si lega, tra l'altro, all'ultimo libro dello scrittore, Sacrocuore, Rizzoli 2003); rievocazione nostalgica di quella Storia dei padri (e di quella «gigantesca tomba dei padri») su cui si ergono i fasti del passato. Ma, soprattutto, polemica accesa, rivolta al degrado contemporaneo, ai vizi e ai vezzi di una società allo sbando, all'antipedagogia di una cultura popolare declinata inesorabilmente verso il trash e l'omologazione. Picca se la prende con la chirurgia estetica, con i calendari e le veline, con Fiorello, Rocco Siffredi, i reality-show, i tatuaggi alla moda. Ha parole di fuoco per la mafia, la corruzione, i politici, la «borghesuccia» italica, gli affaristi imbroglioni.
Ecco dunque che, in equilibrio tra i motivi di una poesia cimiteriale che scandaglia il passato e, viceversa, la veemenza fabulatoria di un teatro civile teso a denunciare l'attualità, questo breve componimento «in rigo rotto» dell'autore romano (tornato, in un certo senso, alla vena lirica degli esordi) procede per quadri paesaggistici (Roma, Torino, Trieste, il Gran Sasso, la riviera Adriatica, Milano, il Cadore, Agrigento, Otranto) costruiti su una lingua estremamente fisica e assolutamente adatta alla comunicazione orale. Tanto che Foscolo sembra avvicinarsi qui a Marco Paolini, Marco Baliani, Ascanio Celestini, Davide Enia. A quelle voci del nostro teatro, cioè, che raccontano l'Italia attraversandola con il loro corpo e i loro occhi sgranati. Picca (del quale è in uscita, sempre per Rizzoli, un nuovo romanzo intitolato Via Volta della Morte) fa senza dubbio un'operazione diversa - per esempio, la solennità e gli accenti gotici della sua poesia si prestano, più che alla narrazione, ad una vera e propria «declamazione» - ma non possiamo negare una certa affinità, una simile vocazione all'impegno, al pamphlet demistificatorio e disilluso. In definitiva, al bisogno di guardarsi indietro per interrogarsi sullo scompiglio dell'oggi.
In tournée. Il 25 febbraio il recital sarà di nuovo a Roma, ospite del cartellone del neonato Teatro di Tor Bella Monaca.