L’Italia del "piove governo ladro" che non accetta le emergenze

Coperti da un manto imbiancato come non si vedeva da dieci anni e con
temperature polari. Ma la gente si lamenta se è difficile circolare

Anche i più devoti adoratori di Terra Madre, anche i più zelanti ambientalisti per i quali la natura è buona, generosa e benigna chiamano questa la brutta o la cattiva stagione. Perché d’inverno fa freddo, piove e nevica: fenomeni che creano disagi e a un’umanità che ha preso gusto a vivere nell’agio le situazioni incomode poco garbano. È la nostalgia del Paradiso terrestre, dove il termometro non andava sottozero: Adamo ed Eva erano nudi come vermi e quando per via del serpente e della mela dovettero poi coprirsi, lo fecero con una foglia, mica con una palandra di lana di cammello.

Per millenni, all’arrivo dei primi freddi ci si copriva preparandosi a sopportare gli imprevisti che l’inverno comporta. Ora se cade un po’ di neve esattamente quando deve cadere, intendo dire non fuori stagione, invece protestiamo. Protestiamo e ci indigniamo. Non potendo rivolgere i nostri lai e riversare la nostra indignazione sulla Natura (che è buona, generosa e via dicendo), ce la prendiamo con lo Stato. Che non fa, che non è capace di fronteggiare l’emergenza neve o l’emergenza gelo. Due emergenze che in realtà non emergono, presentandosi inaspettate.

Da che mondo è mondo è sempre andata così: d’inverno le temperature calano, e di molto. Eppure, niente da fare: il treno che ritarda perché ci sono gli scambi bloccati dal gelo è colpa delle ferrovie, non del gelo. L’aeroporto chiuso per neve è colpa dell’autorità aeroportuale, non della neve. La scuola chiusa perché vi fa freddo non ostante la caldaia pompi al massimo, è colpa della Gelmini, non del freddo. Gente che poi s’imbarca nelle vacanze «estreme», che rimane inchiodata in una grotta per dieci giorni causa monsone o che in una sgangherata stazione eritrea aspetta venti ore la coincidenza per Massaua o che con un caldo boia si trascina nella sabbia e il bagaglio per imbarcarlo sul volo per Faya-Laregeau, non sopporta, si stizzisce se a casa propria neve o gelo ritardino un treno, determino la chiusura d’un aeroporto o mettano a repentaglio il diritto (umano) alla libera circolazione in autostrada o sulla Porrettana.

Con la cattiva stagione diventiamo tutti intolleranti, impazienti e rabbiosi. Sempre prosciogliendo da ogni addebito il clima (che pure dovrebbe virare al caldo, che pure dovrebbe desertificarci e non surgelarci, come assicura Al Gore. Ma questo è un altro discorso) ce la prendiamo e di brutto con «lorsignori». Portando sempre a riscontro della nostra inefficienza la zelante operatività, ma diciamo pure la serietà d’una Germania, d’una Francia o d’una America dove anche con la neve alta così i treni arrivano puntuali e puntuali decollano gli aerei. Dove fischiasse il vento e soffiasse pure la bufera, strade e autostrade le trovi sempre agibili e anzi, invitanti. Mentre invece anche in Finlandia, dove pure il gelo è di casa, d’inverno son dolori. Mentre perfino quello schicchissimo gioiello tecnologico del treno ad alta velocità che collega Londra con Parigi, causa «brutto» tempo s’è inchiodato nel tunnel sotto la Manica.

Lasciando al freddo e al buio una folta rappresentanza di vippissimi pendolari fra le due capitali indecisi se prendersela con la Regina o con il marito di Carlà per il deplorevole incidente. E a New York, la città più attrezzata e eccitante del mondo, basta che nevichi più di tanto e la Grande Mela va in tilt. «È l’inverno, bellezza!», sdrammatizzano laggiù. Mentre noi dell’inverno non ce ne facciamo una ragione pretendendo che i mitici «lorsignori» non solo forniscano, ma anche infilino le mutande di lana al Paese.