L’Italia è rimasta in panne

No, non è stata una gaffe, quella di Bush, che durante la conferenza stampa congiunta con Romano Prodi ha detto che «non vedo l’ora di incontrarmi con Silvio». Non è stato neppure uno dei piccoli incidenti che hanno costellato la tappa romana dell’intenso periplo europeo del presidente Usa. È stato soltanto uno dei «paletti» che il destino ha disposto per segnare lo slalom di una missione e di un incontro difficili e perfino pericolosi per tutti. George Bush non aveva ancora incontrato il presidente del Consiglio del centrosinistra, ma soprattutto non era mai andato a far visita a Benedetto XVI e tutto il suo comportamento durante la breve sosta romana ha testimoniato quale fosse il suo principale interlocutore in riva al Tevere: il Papa, non l’Italia. Si può anzi dedurre che la puntata romana avrebbe potuto anche non esserci senza il desiderio del leader della Superpotenza di portare il suo omaggio al Pontefice e soprattutto di ascoltare il suo consiglio.
Le realtà del 2007 sono queste: il ruolo mondiale dell’Italia, che per tutta la storia dall’Unità i nostri governanti hanno cercato sia di rafforzare coi fatti sia di far apparire maggiore di quanto fosse, è quello che è e gli sviluppi recenti lo hanno diminuito piuttosto che ingigantito. Per fattori oggettivi che non chiamano in causa la cattiva volontà di nessuno: la carta vincente del nostro Paese durante la guerra fredda era quella geografica: eravamo «una portaerei nel Mediterraneo». La fine della contrapposizione pluridecennale all’Unione Sovietica ci ha ridimensionato, e non eravamo pronti ad assumere un ruolo analogo e di analoga importanza nelle nuove geografie che si sono andate disegnando nell’ultimo decennio. E che hanno fatto crescere, invece, Paesi come la Polonia e la Romania.
Tutta l’Europa dell’ex Est è diventata più importante da quando il «fronte» si è spostato verso sud, perfino la Germania conta un pochino di meno, se non altro sul piano strategico-militare. La Francia incontra difficoltà assai maggiori nel suo tradizionale ruolo di alleato scontroso e disinvolto, nemmeno la Gran Bretagna di Tony Blair è riuscita a strappare all’alleato maggiore tutte le «ricompense» della sua fedeltà attiva e propositiva. Essa tuttavia ha evitato un ridimensionamento maggiore proprio facendo valere questa sua disponibilità. Per l’Italia era, è stato ed è ancora più difficile.
Le crisi del XXI secolo tendono a ricollocarci a un livello più vicino al nostro peso reale. Per mantenere o recuperare terreno avevamo bisogno, più di altri Paesi della Nato, di contribuire con due generi ricercati e rari: le iniziative e la continuità. È quello che il governo Berlusconi ha capito e ha cercato di fare. È quello che il governo Prodi non è, a quanto sembra, in grado neppure di desiderare o esibire. E questo non per cattiva volontà ma perché ogni formula politica ha una sua coerenza intrinseca che non si può cancellare con dichiarazioni generiche e che può invece essere avariata da scoperte contraddizioni.
Prodi e D’Alema fanno quello che possono, ma non possono non essere Prodi e D’Alema. La sinistra che predomina nel centrosinistra non assomiglia alla Gauche di Mitterrand, che seppe spingere l’America, non frenarla, al tempo delle grandi decisioni sugli euromissili: a quel tempo spingeva nella direzione opposta. Non è vero che gli slogan, soprattutto elettorali, lascino il tempo che trovano. Gli eventi hanno una loro logica interna, le parole pesano, soprattutto in bocca a chi può disporre di poco altro che le parole. Quello che l’attuale governo poteva fare era limitare i danni, mantenere una coerente misura, soprattutto riconoscere i temi su cui l’unanimità coll’America non c’è perché non ci può essere e al tempo stesso delimitarli di modo che tutti gli altri punti, che sono anche numericamente di gran lunga prevalenti come D’Alema e Prodi riconoscono una volta sì e una volta no, sviluppino una compatta armonia.
Questo non lo si è fatto, meno per cattiva volontà che per la logica interna al nostro governo. Avremmo potuto impegnarci a evitare almeno le gaffe, invece ne abbiamo sovrabbondato, anche laddove l’interesse nazionale chiaramente lo avrebbe dovuto precludere. L’auto blindata che ha portato Bush a spasso per il mondo ha conosciuto a Roma la sua prima panne nota. Le coincidenze a volte, mordono.
Alberto Pasolini Zanelli