«L’Italia ripartirà prima degli altri»

Roma«Questa non è una crisi, è la crisi. Ritengo non si potesse intervenire diversamente dallo scostamento dal patto di stabilità perché l’esigenza è tutelare l’esistente e guardare al futuro». Andrea Ronchi, ministro per le Politiche comunitarie fa sapere che il nostro governo «si riconosce totalmente in quello che in queste ore va decidendo Bruxelles» per tamponare la crisi e rilanciare la crescita. Certo, ogni Paese dovrà decidere come utilizzare la disponibilità a saltare il muro di Maastricht. «Ma noi - assicura - abbiamo un programma ambizioso, per nulla estemporaneo, che variamo domani in Consiglio dei ministri».
Be’, intanto si può andar oltre quel fatidico 3% nel rapporto tra Pil e deficit..., no?
«Certo. Ed è importante. Ma vorrei ricordare quel che troppo spesso ci si dimentica: noi abbiamo il terzo debito pubblico del mondo! E dev’esser chiaro a tutti che non possiamo pensare di avere un futuro come Paese se non riusciamo ad abbatterlo. Per cui si potrà anche sforare di qualcosa, ma avendo presente che la priorità del rispetto della percentuale sul debito, resta! Altrimenti non saremo mai in grado di ridurre il gap da altri Paesi europei, che in questa fase hanno la possibilità di muovere molto più di noi per bloccare la crisi».
Per cui...?
«Credo che mai come ora la parola d’ordine debba essere “responsabilità”. È una crisi senza precedenti di cui ancora non conosciamo la portata; ben vengano gli atteggiamenti di chi, come Bonanni, Angeletti, la Marcegaglia e il resto del sistema produttivo sono consapevoli dei rischi che ciò comporta. Mi auguro che anche l’opposizione si renda conto che non è proprio il momento di giocare allo sfascio, ma di cooperare».
D’accordo. Ma come intendete muovervi, concretamente, dopo il via libera di Bruxelles ad aprire i cordoni della borsa?
«Senza scostarsi molto dal fatidico 3% il piano che si va mettendo a punto mi pare ambizioso e innovativo. Intanto si va in difesa dei più deboli - pensionati, famiglie, cassintegrati -. Poi si vara un importante progetto sulle infrastrutture che punta a rimettere in moto tanti cantieri e ancora c’è il discorso sulle banche che devono tornare a finanziare l’impresa, soprattutto le piccole e medie aziende. C’è parecchio in programma, anche se in primo luogo occorre insistere per rimettere in moto la fiducia...».
...la fiducia?
«Vede: questa Italietta tanto deprezzata dai soloni della finanza internazionale, che predicavano le banche senza sportelli o la finanza virtuale, ha dimostrato proprio allo scoppio della crisi di essere molto più strutturata di quel che si riteneva. Le banche hanno retto, come il risparmio, come tante imprese. Il che forse ci permetterà di ripartire meglio rispetto ad altri».
Pure se al vertice europeo dovesse caderci tra capo e collo anche il pacchetto clima?
«Sono di rientro da Madrid dove anche gli spagnoli hanno convenuto sulle nostre preoccupazioni. Non siamo anti ambientalisti e sappiamo bene che in prospettiva il pacchetto è anche una spinta all’economia. Ma quel che temiamo è la delocalizzazione di aziende e investimenti che potrebbe realizzarsi. E dunque disoccupazione. Non chiediamo una sospensione dei provvedimenti, ma una loro rimodulazione. Perché sarebbe assurdo cercare di frenare la crisi con interventi straordinari e poi riproporla con scelte che ci penalizzerebbero senza la sicurezza di diminuire l’inquinamento».