«Ma l’Italia rischia di scivolare sul ghiaccio»

Alvise Di Canossa, presidente del Milano, lancia l’allarme: «Il nostro hockey è vecchio, rischiamo di perdere un’occasione»

da Milano

I suoi Vipers Milano hanno vinto gli ultimi quattro scudetti consecutivi dell'hockey e la città si prepara a premiarlo con l'Ambrogino d'oro, che gli verrà consegnato il 7 dicembre. Alvise di Canossa, 54 anni, imprenditore del settore dei trasporti e presidente delle Vipere, guarda a Torino 2006 nel doppio ruolo di appassionato e di dirigente di uno sport che, in Italia, non vive un appuntamento così prestigioso dal mondiale '94.
Presidente Di Canossa, i botteghini dell'hockey olimpico sorridono...
«L'attesa per i Giochi fra gli appassionati europei e nordamericani è forte, lo si sapeva. Lo è meno in Italia perché da noi questo sport è poco praticato, quindi poco amato».
Come si presenta l'hockey italiano a questo appuntamento?
«Il nostro hockey è vecchio. Nella concezione, nella comunicazione, nelle strutture. Deve essere rivitalizzato. Ad esempio abbiamo impianti ormai datati, troppo freddi, non attraenti. Spero che le Olimpiadi siano l'occasione per far capire al Coni, alla Federazione, alle società che non bastano episodi, pur prestigiosi, per andare avanti. Devono essere punti di partenza».
Non si doveva fare di più per sfruttare le Olimpiadi come promozione per questo sport?
«Bisognava muoversi due o tre anni fa. È mancata una collaborazione fra Federghiaccio e Toroc ed è significativo che Torino non sia stata aiutata ad avere una squadra in A. Spero che, finite le Olimpiadi, non finisca anche il movimento dell'hockey italiano. Che ha ancora i problemi di sempre, come il fatto di essere limitato a certe aree geografiche. O la carenza di infrastrutture, benché se ne possano creare di economicamente sostenibili se lo stadio del ghiaccio diventa attraente per il pubblico, con centri commerciali, ristoranti, foresterie. Anche la comunicazione è un tema da affrontare, ma il campionato su Sky ha ridestato l'interesse degli sponsor».
Un motivo di ottimismo...
«Malgrado alti e bassi, nell'ambiente c'è una volontà comune di andare avanti e crescere. Il campionato è di buon livello e l'equilibrio attira la gente. Gli spazi per migliorare ci sono, purtroppo l'ambiente soffre di immobilismo e la Federazione non fa da traino, con il rischio di far stancare chi scommette sull'hockey».
È pensabile, in futuro, una nazionale di soli italiani doc?
«Ci vorrebbero anni e un percorso specifico. E, per i giocatori, l'hockey dovrebbe diventare un'opportunità professionale».
Quest'anno, sul ghiaccio, soffrite più dell'anno scorso: cinque sconfitte e quattro pareggi nei primi diciotto incontri.
«I nostri nazionali sono sotto pressione e costruire la squadra amalgamando i nuovi è stato più lento. Ma i conti torneranno».
Il recente accordo con i Rhinos Milano di football americano ripropone l'idea della polisportiva?
«No, le esigenze sono diverse. Ma collaborare per la promozione e la ricerca degli sponsor è utile. L'anno prossimo vorrei coinvolgere anche l'Armani Jeans di basket».
Qual è il futuro del Milano?
«La situazione attuale è poca cosa rispetto a quello che potrebbe essere e poi Milano assicura una grande forza ma ha pure il grave difetto che è molto cara e quindi il nostro progetto, per essere portato avanti, deve essere supportato da un panorama generale differente».
L'hockey italiano rischia di perdere i Vipers?
«Non credo. Però è importante capire cosa sarà di questo sport in futuro, anche in Europa. Restando fermi alla condizione attuale, in Italia, non c'è il rischio di perdere i Vipers, c'è il rischio di perdere l'hockey».