L’Italia salvata dai terroni? Solo nel mondo dei sogni

Il nuovo pamphlet filoborbonico di Pino Aprile porta sul banco degli imputati i polentoni, che non sarebbero secondi a nessuno quanto a corruzione e malcostume Ma le cose non stanno così

Pino Aprile, autore del fortunatissimo Terroni, diventato «un vessillo della nuova fierezza meridionale», licenzia ora un libro che s’intitola Giù al Sud (Piemme, pagg. 472, euro 19,50). Il sottotitolo recita Perché i terroni salveranno l’Italia. Sull’onda di revanscismo emotivo creata dal successo di Terroni, Aprile ha partecipato, appunto, giù al sud, a innumerevoli convegni, presentazioni, dibattiti. Quel vagabondare, e quei contatti con luoghi e con uomini, gli hanno fornito ampia materia per un secondo saggio sulla questione meridionale.

Nelle prime pagine Aprile sembra volersi dedicare a positive realtà meridionali che sono state e sono ignorate o sminuite. «C’è un sud che sta perdendo la subalternità... C’è una generazione di meridionali che non vuole più andarsene e, conoscendo il mondo, vuol saperne di più sul suo Sud e viverci: e, per viverci bene, migliorarlo, migliorando la propria condizione; e pensa di poter fare molto con poco e che quel poco a Sud valga più del molto altrove». Un incipit incoraggiante. Dopo il quale, a mio parere, anche Giù al Sud riprende, sulla scia di Terroni, le caratteristiche d’un pamphlet scritto benissimo, ricco di informazioni preziose, ma aderente a una tesi preconcetta secondo la quale un sud opulento e progreditissimo è stato stuprato dalla ferocia dei rozzi piemontesi. Stuprato a tal punto che ancor oggi, centocinquant’anni dopo, la vergogna dura.

Leggendo dobbiamo convincerci, ad esempio, che la criminalità organizzata non inquini particolarmente il meridione, ma furoreggi tra i polentoni. Milano - punta l’indice Pino Aprile - è la quarta città italiana per sequestri di beni mafiosi, la capitale del traffico di cocaina, la principale base operativa per ’ndrangheta e mafia. Non ne dubito. Osservo però che gli arrestati e incriminati, a Milano, perché coinvolti nell’azione delle cosche mafiose o camorriste difficilmente hanno per cognome Brambilla o Galbusera. Leggendo dobbiamo convincerci che le nostre impressioni e convinzioni sugli scandali siciliani erano frutto di malanimo, che gli studi - Luca Ricolfi - secondo cui il settentrione è drenato dal sud sono basati su dati falsi, che l’isola non succhia risorse dello Stato ma anzi gliene elargisce a dismisura: insomma virtuosa non è la Lombardia, è la Sicilia. Sarà.

Continuo tuttavia a non capire perché la regione Sicilia debba avere un numero di dipendenti che è sei volte quello della Lombardia, e in forza di quali insensate leggine regionali un funzionario sia andato in pensione con 30mila e passa euro al mese. Aprile - che non può vedere Mariastella Gelmini, ministro dell’Istruzione - liquida come diffamatoria la persuasione diffusa che al Sud i voti scolastici siano più alti che al nord, così da agevolare i ragazzi nei concorsi. Davvero è solo una calunnia? La smentita arriva proprio dalla biografia della Gelmini la quale, dovendo sostenere l’esame per l’abilitazione alla professione forense, ha evitato le severe commissioni giudicanti del nord e s’è rifugiata in un accogliente diplomificio meridionale. Il nord si guardi dal far prediche al sud, si intima, perché ha avuto la Parmalat e il Banco Ambrosiano. Mi guardo bene dal negare che al nord vi siano corruzione, scandali, mala amministrazione. Ma il sud che fa prediche al nord, addebitandogli perfino lo sconcio della monnezza, è un paradosso.

Aprile liquida come razzista e fascista la Lega, che personalmente ho in forte antipatia. Ma quell’accusa sbrigativa fa torto a un movimento che con tutte le sue grossolanità e le sue pulsioni xenofobe ha avuto un’importante dimensione politica. Diciamo del bossismo tutto il male possibile, ma riconoscendo che alcuni sindaci del Carroccio sono stati e sono ottimi. Ne avessero di così bravi nei disastrati comuni del sud.
Forse sono troppo puntiglioso nel sostenere alcuni miei punti di vista che giù al Sud saranno bollati come biecamente padani. Ma avrei preferito che Pino Aprile, uomo fine e intelligente, non mettesse sul banco degli imputati il nord - personificato dal governo dell’epoca - per il terremoto di Messina del 1908. L’immane disastro ebbe (in grande), le conseguenze che ogni calamità naturale ha in Italia.

Disorganizzazione, confusione, corruzione, scandali, brutalità, sciacallaggio. È possibilissimo che innocenti familiari delle vittime, aggirantisi tra le macerie, siano stati fucilati come sciacalli. «Sembrava quasi - scrive Pino Aprile - che il governo italiano avesse colto l’occasione del disastro per punire Messina, piuttosto che aiutarla. E a ben guardare il sospetto potrebbe non essere infondato, perché la rocca messinese, con quella di Civitella del Tronto, fu l’ultima a cedere all’assedio delle truppe piemontesi. La città aveva dimostrato, in maniera plateale, la sua disistima al nuovo governo, alle elezioni del 1866».

Vale a dire che quando i militari o funzionari inviati a Messina si comportarono in maniera deplorevole lo fecero perché quasi mezzo secolo prima le truppe sabaude avevano espugnato la città. Che memoria.