L’Italia scuote l’Europa: più duri con la Siria

Incrementare la pressione politica e diplomatica sul regime di Assad, «perché finora è stata insufficiente». E convincere gli Stati arabi, e non solo quelli occidentali, a prendere una posizione forte «di fronte all’orribile repressione contro la popolazione civile in Siria». È con questi obiettivi che l’Italia ha preso l’iniziativa e deciso di fare da apripista in Europa con la sua decisione di richiamare il proprio ambasciatore in Siria e di sospendere i programmi bilaterali con il regime. «Un messaggio politico molto chiaro - ha spiegato ieri il portavoce del ministro degli Esteri, Maurizio Massari - sul fatto che la repressione violenta nei confronti del popolo siriano non è più tollerabile». Una «sfida» che si giocherà sul filo della diplomazia e non impugnando le armi, insiste la Farnesina. «Dobbiamo convincere tutti, gli altri Paesi europei, i Paesi arabi, la Russia e la Cina che è arrivato il momento di assumersi la responsabilità e assumere una posizione veramente forte contro la repressione».
D’altra parte il regime di Damasco non mostra segni di cedimento e anche ieri ha continuato a sporcare di sangue il Ramadan aggiungendo almeno altri 27 morti alle centinaia di vittime finite a cannonate nella città di Hama. «Dieci martiri - racconta un attivista - sono stati colpiti in diverse città siriane dopo la preghiera». L’agenzia di regime Sana riferisce di un assalto al Palazzo di Giustizia di Hama mentre l’Osservatorio siriano sui diritti umani, fa sapere che è in corso un «dispiegamento massiccio di blindati» sulla strada tra la città di Homs, al centro del Paese, e Ruston. L’esercito sarebbe pronto «a lanciare una nuova offensiva» nella zona. Tant’è che anche i serata i soldati hanno aperto ancora il fuoco contro la folla in diverse località del Paese dopo le preghiere del Ramadan. Ci sarebbero diversi morti e feriti.
«Nel puntare le armi contro il popolo, la leadership siriana ha posto in dubbio la propria legittimità», ha detto ieri il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi, che ha fornito alla Camera i numeri del massacro: 1600 civili uccisi, 12mila arrestati e 3mila scomparsi dal mese di marzo. E ora serve un’azione diplomatica forte. Escluso, però, l’intervento militare come in Libia - ha fatto sapere ieri la Farnesina, in linea con la posizione espressa dalla Francia e dalla Nato - con qualche voce fuori dal coro nella maggioranza: Margherita Boniver, deputato del Pdl e presidente del Comitato Schengen, si augura «che le operazioni militari in Libia non impediscano un’analoga iniziativa nei confronti pluridecennale dittatura degli Assad».
In realtà la mossa italiana tenta di far uscire la comunità internazionale dal torpore che l’ha investita davanti al caso Siria. Sono scattate ieri le sanzioni disposte dall’Unione europea contro i vertici del regime e che prevedono il congelamento della liquidità e del passaporto del ministro della Difesa siriano, del capo dell’intelligence e anche di uno zio del presidente Bashar al Assad. Una mossa considerata comunque ancora troppo blanda. Al momento la Commissione europea ha deciso di non seguire l’Italia e di mantenere il capo della delegazione diplomatica a Damasco. «È una decisione che spetta agli Stati membri. Per ora non c’è decisione generalizzata di ritirare gli ambasciatori», ha commentato il portavoce dell’Alto rappresentante Ue alla politica estera, Catherine Ashton. E anche all’Onu l’immobilismo, come spesso accade in questi casi, per ora sembra prevalere. Dopo la prima fumata nera del Consiglio di sicurezza, ieri una nuova riunione, ma restano forti le differenze. Mosca ha fatto sapere di non essere contraria a un testo di condanna ma non vuole sanzioni. La Russia e la Cina rimangono ancora il principale ostacolo all’adozione di una risoluzione promossa da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo e appoggiata dagli Usa. Il provvedimento sarebbe un primo piccolo passo contro il pugno di ferro del regime. Ma la comunità internazionale fatica a fare anche quello.