L’Italia soccombe ai predatori dell’arte perduta

Il giro d'affari è immenso: intorno a 6 miliardi di dollari l’anno, secondo i dati della Camera dei Comuni di Londra. Più redditizio persino della droga, e certamente meno rischioso, perché nessun cane è in grado di fiutare un vaso antico in aeroporto, e perché i tesori del passato transitano per canali riservati. Il mercato clandestino dell’arte fiorisce nel nostro Paese da circa 40 anni, spogliando il sottosuolo (l’Italia è il maggior «fornitore» del traffico nero mondiale) di centinaia di migliaia di oggetti, tali da poter riempire interi musei. Statue, vasi, affreschi commercializzati illegalmente e acquistati dai musei e dalle grandi collezioni private, che spesso restano avvolte nel mistero. Fabio Isman, inviato del Messaggero, nel libro I Predatori dell’arte perduta (Skira, pp. 256, euro 19,90) che oggi alle 18 sarà presentato alla Feltrinelli di piazza Duomo (interverranno con l’autore la grecista Eva Cantarella, il giornalista Marco Carminati e l’antiquario Carlo Orsi), ricostruisce, sulla base di interviste, atti processuali e vicende degne di un giallo, il massimo saccheggio dell’archeologia compiuto in un Paese occidentale. «In Italia c’è sempre stato uno scavo clandestino - spiega l’autore -. Diventa redditizio a partire dal 1970, quando per la prima volta un grande museo, il Metropolitan di New York, paga un milione di dollari per il Cratere di Eufronio, oggi restituito all’Italia». Da lì si innesca un’industria mondiale, in mano a quattro o cinque grandi mercanti, con margini di guadagni straordinari. Orazio Di Simone, per esempio, acquista la Venere di Morgantina dai tombaroli per 400mila dollari: il londinese Robin Symes la rivende al Getty Museum per 18 milioni. Così, una collezione di 15 argenti trovati a Morgantina e finiti Oltreoceano al Metropolitan, lievita di prezzo di ben 100 volte. Ad animare la grande razzia sono i «predatori dell’arte», un sodalizio criminoso di tipo piramidale. Alla base ci sono gli scavatori clandestini o «tombaroli». Alcuni di loro frantumano di proposito il capolavoro, perché «se un museo possiede un pezzo di un vaso è disposto a pagare fortune per ricomporlo». Al centro, poche decine di intermediari. Come Giacomo Medici, l’unico finora condannato, a 10 anni di carcere, per la complicità nella «devastazione di 200mila siti archeologici». O Gianfranco Becchina, «il re del centro-sud», ancora sotto processo: nel suo deposito in Svizzera sono stati trovati migliaia di reperti, foto polaroid e «un archivio di conti che la moglie tedesca teneva con grande accuratezza».
Al vertice della piramide, i grandi mercanti internazionali. Il più intraprendente era il londinese Robin Symes: nel 2007, sparsi in magazzini tra Londra, Ginevra, New York, sono stati trovati 17mila reperti per un valore complessivo valutato attorno ai 165 milioni di euro. Tutto illegale.
Coinvolte nel «black market» le professioni più rispettabili. Persino la «divina» Maria Callas: nella villa del primo marito custodiva tre pannelli di un sarcofago del IV secolo a. C. provenienti dalla città magno-greca di Paestum. Coinvolti i maggiori collezionisti, una ventina di musei (il Getty, il Metropolitan, ma anche il Fine arts museum di Boston, il Ny Carlsberg Glyptothek di Copenhagen, il museo di Berlino, persino il Louvre), le banche «che comprano volentieri statue greche a garanzia di mutui o prestiti» e le due massime case d’asta, Christie’s e Sotheby’s, utilizzate per «ripulire» la refurtiva. «Non parliamo di soggetti truffati o raggirati, ma di esperti consapevoli e conniventi: direttori d’aste e musei assai stimati, e assai poco, se non per nulla, in buona fede». Quarant’anni di saccheggio rimasti impuniti, favoriti dalla debolezza delle istituzioni. Siti archeologici devastati, oggetti privati dei loro contesti e perduti per sempre per gli studi scientifici. Come il trapezophoros con i due grifoni: scavato illegalmente ad Ascoli Satriano, è passato nella collezione del magnate Maurice Tempelsman, ceduto al Getty e restituito all'Italia nel 2007. O Il volto d'avorio del I secolo d. C., il più grande reperto crisoelefantino dell'antichità, scavato vicino a Roma da Pietro Casasanta, «il re dei tombaroli», e consegnato ai carabinieri nel 2003. «Non tutti ovviamente sono capolavori, ma soltanto i 39 oggetti restituiti dal Getty nel 2007 hanno un valore che supera i 300 milioni di euro», sottolinea Isman.
E se le inchieste, i processi, l’azione incessante dei carabinieri hanno indotto i musei a un maggior rigore, le restituzioni, purtroppo, sono ancora limitate. Il Getty ha rispedito in Italia 50 reperti: appena un sesto di quelli illecitamente finiti nelle sue vetrine. E il Fine Arts di Boston ha riportato 13 oggetti, pur avendone in deposito almeno un centinaio. Finora sono 800mila, monete comprese, gli oggetti tornati all’origine. Sugli altri si affollano dubbi e misteri, gli indizi che il «sommerso» sia ancora maggiore e più spaventoso. «Nessuno pagherà per questo: le indagini sono troppo lente, i termini di prescrizione troppo bassi. Lo stesso Medici, condannato in primo grado, prima della Cassazione riuscirà a farla franca. Per una condanna definitiva passa tanto di quel tempo che i reati dei “predatori” finiscono per estinguersi», conclude Isman con amarezza.