«L’Italia è stata ingenerosa: Donadoni meritava di restare»

Aragones ha vinto perché sa che in un’orchestra non suonano solo violini

Caro Trap, come se la cava a Dublino?
«Un sociologo genovese scrisse: il signor Trapattoni non parla bene una sola lingua straniera ma si fa capire ovunque. Credo che valga come un bel complimento».
Capello, ct dell’Inghilterra, si lamenta per la ridotta percentuale di inglesi nella Premier league: in Irlanda come va?
«Peggio, molto peggio. Io sono costretto a fare il giramondo: il mio gruppo è diviso tra Irlanda, Inghilterra e Scozia. Alcuni sono utilizzati in panchina. Per fortuna ho l’abitudine a lavorare coi puzzle, come in Austria dove avevo a che fare con sud-americani, tedeschi, africani. In allenamento si potevano ascoltare dieci lingue, io parlavo solo e soltanto con l’idioma internazionale del calcio. E mi capivano tutti».
All’europeo, con la Spagna, c’è stato il trionfo di Aragones, la rivincita della sua generazione. Contento?
«Più che la generazione anagrafica, segnalerei la generazione tecnica. Aragones, e con lui, Hiddink e poi Terim hanno segnato in positivo l’europeo. Russia e Turchia sono usciti dalla finale per un episodio sfavorevole».
A proposito della Spagna: è stato il trionfo del calcio offensivo...
«Come al solito, molti, dalle nostre parti, hanno equivocato. In finale Aragones ha schierato solo Fernando Torres davanti, poi lo stesso centravanti si è impegnato a recuperare. In una orchestra, perchè la musica sia piacevole, non possono suonare solo i violini».
All’Italia di Donadoni è andato invece tutto storto...
«Bisogna essere sereni nel giudicare il lavoro del giovane Ct azzurro. Si è ritrovato con mezza squadra reduce da una brillante stagione ma in condizione di forma scadente: penso a un giocatore su tutti, Toni che in Bundesliga ha fatto faville. Nell’episodio-chiave, contro la Spagna ai rigori, si è ritrovato senza Pirlo, squalificato, e Materazzi in panchina. Perciò penso che la federcalcio sia stata ingenerosa con Donadoni».
Cioè?
«Donadoni avrebbe meritato un’altra chance».
Lei lanciò Cassano in Portogallo: è pentito o soddisfatto?
«Sono un uomo di calcio e capisco le difficoltà incontrate da qualche mio collega. Anche ai miei tempi, ogni tanto, Antonio deragliava. Ma è il miglior talento a disposizione e non si può tenerlo in disparte. Durante le prime due partite, mi chiedevo: quando lo fa entrare?».
Lo sa che Cassano non gode di buona fama?
«Certo. Ma il gruppo non dev’essere geloso o invidioso, deve farlo maturare e accettarlo. Anch’io ho avuto problemi con uno molto simile a Cassano».
Chi scusi?
«Edmundo. Batistuta e Rui Costa non lo volevano. Quell’anno, senza l’infortunio di Batistuta, avremmo vinto lo scudetto a Firenze».
Platini sostiene che per vedere lo spettacolo bisogna giocare ad agosto. Approva?
«L’idea mi sembra buona. Qualcosa bisogna fare per evitare che all’appuntamento più importante, europeo o mondiale, i grandi campioni arrivino cotti».
L’Inter ha preso Mourinho: funzionerà?
«Certo. Io conosco bene Josè, di recente, in un meeting, abbiamo chiacchierato a lungo di calcio. Mi ha chiesto informazioni sull’Inter, gli ho sentito fare osservazioni intelligenti tipo: se perdi uno a zero, in Italia, non puoi far girare la palla in difesa per più di 4 passaggi. Ha carisma e questo gli consentirà di affrontare di petto le prime difficoltà».
Boniperti ha festeggiato gli 80 anni: lo ha sentito?
«Gli ho fatto gli auguri al telefono. Giampiero è stato il più grande dirigente del calcio italiano. Lo dico perchè parlano i risultati e perchè ha incarnato il ruolo in modo diverso dai suoi attuali colleghi. I presidenti di oggi hanno mania di protagonismo, lui scappava via per non farsi riprendere dalle tv. Boniperti era il primo a capire i calciatori. Una volta me la presi con un attaccante che aveva sbagliato un gol fatto davanti alla porta. Lui mi prese da parte e mi disse: l’ho sbagliato anch’io una volta».
Cosa ricorda del primo colloquio?
«Avevo finito di allenare il Milan e stavo per firmare con l’Atalanta. Lui mi chiamò e mi dirottò a Novara. Impiegai un minuto per dire sì alla Juve. Mi accorsi subito dopo che Boniperti sapeva tutto dei miei metodi di lavoro. Prima di tornare a casa mi consegnò un bigliettino, che conservo ancora. C’era scritto: ricordati che allenare la Juve è un compito delicato e difficile».
All’Inter sta per arrivare Lampard: vale la spesa?
«È una roccia, mi ricorda il Benetti portato dal Milan alla Juventus, centrocampista capace di fare tutto, e bene anche».
E Ronaldinho al Milan?
«Spero che non tarpi le ali a Pato. Con lui bisognerà avere pazienza, come noi con Platini: lo aspettammo 6 mesi. Non è mago Zurlì e i tifosi oggi pretendono che lo sia».
Le batte il cuore pensando alla sfida contro l’Italia?
«No, perchè prima c’è da fare punti contro gli altri rivali. L’avessi affrontata subito sarebbe stato peggio, per me e per l’Irlanda».