L’Italia tira il freno: in rosso la spia del Pil

da Milano

L’Italia frena. Più forte del previsto, vittima dello stesso malessere che sta indebolendo Eurolandia, stretta tra gli alti costi dell’energia e delle materie prime, l’ipertrofia dell’euro che soffoca alcuni comparti produttivi, i consumi stagnanti e un’inflazione al galoppo. È circoscritta in queste aree di criticità la crescita negativa dello 0,3% nel secondo trimestre del nostro Paese, il peggior passo di sviluppo dal periodo ottobre-dicembre 2007, quando il Pil era arretrato dello 0,4%.
«I dati sono sotto gli occhi di tutti - ha ammesso il premier Silvio Berlusconi - la crescita è impalpabile». «Il rallentamento - ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola - sarà contrastato dal pacchetto di misure appena varato». «Consiglierei al governo di mettere fine alle autocelebrazioni e di dedicarsi un po’ ai problemi di crescita del Paese», ha commentato il ministro dell’Economia del governo ombra del Pd, Pier Luigi Bersani. «Quando parla di effetti recessivi, Bersani è autobiografico - ha replicato Daniele Capezzone, portavoce del Pdl - cioè si riferisce alle manovre del governo Prodi-Visco».
Polemiche a parte, se nei prossimi due trimestri la variazione del Pil fosse nulla, la crescita acquisita sarebbe dello 0,1%, una variazione al di sotto delle stime governative (più 0,5%) e sintomatica dello stallo in cui versa l’economia, non solo italiana. Ma, al di là del contesto internazionale perturbato, l’Italia sembra anche accusare difficoltà strutturali che vanno trascinandosi ormai da anni. Il Centro studi Confindustria (Csc) non esita infatti a parlare di Italia «sull’orlo della recessione, la quarta dal 2001». C’è poco spazio per l’ottimismo nell’analisi degli imprenditori: un’ulteriore contrazione della ricchezza nazionale viene messa in preventivo anche nei prossimi mesi, cancellando di fatto l’ipotesi di uno scivolone momentaneo.
L’andamento della produzione (meno 0,5% in luglio rispetto a giugno) e il «marcato arretramento degli ordini» sono le spie di una situazione ancora critica, destinata a migliorare solo nel 2009, quando dovrebbero cominciare a manifestarsi la ripresa (più 1% annuo). Agevolata, prevede il Csc, dal rafforzamento del dollaro, «anche e proprio a seguito della fragilità inattesa della crescita europea, e dallo sgonfiamento della bolla del prezzo del petrolio».
Dollaro basso e greggio alle stelle sono del resto due elementi di freno per la crescita. La cronica debolezza del biglietto Usa pone infatti limiti alle esportazioni di quei settori incapaci di far fronte alla concorrenza internazionale, in grado di offrire prodotti a prezzi più bassi grazie al costo inferiore della manodopera. I rapporti di cambio pesano, invece, in modo più marginale nei comparti dove il livello di eccellenza del prodotto, le sue specificità, il suo grado di innovazione consentono di mantenere gonfio il portafoglio degli ordini. Quanto agli effetti del caro-petrolio, continuiamo a sentirli sulle nostre tasche anche ora che il barile è sceso di circa 30 dollari rispetto al picco toccato a metà luglio. Benzina, generi di prima necessità come pane, pasta, frutta e verdura sono talmente rincarati da indurre il garante dei prezzi, Antonio Lirosi, ad accendere un faro e a chiedere ritocchi all’ingiù dei listini. Di fatto, con il crescere dell’inflazione, il minore potere d’acquisto degli italiani ha determinato il calo dei consumi privati. Che pesa - e non poco - sul dato finale del prodotto interno lordo.