L’ITALIA TORNA PROTAGONISTA

Non esistono in materia statistiche ufficiali, ma chiunque segua regolarmente la stampa estera può certificarlo: erano anni che sui quotidiani e sulle riviste che contano non si parlava tanto di Italia e - udite udite - non più per i famigerati conflitti d’interesse di Berlusconi, ma per la parte sempre più rilevante che il nostro Paese si sta ritagliando sulla scena internazionale e per l’audacia delle riforme che il centrodestra ha lanciato nei suoi primi mesi di vita. Insomma, nonostante le sue difficoltà economiche (e il caso Alitalia, che sta sollevando molte polemiche) l'Italia è tornata protagonista in positivo, grazie alla stabilità del governo, alla rete di relazioni che il presidente del Consiglio ha tessuto nel corso degli anni e all’equilibrio di un ministro degli Esteri che già come vice-presidente della Commissione europea si era costruito una solida fama di diplomatico. Gli strumentali e spesso fantasiosi attacchi che ci sono stati lanciati da sinistra per il trattamento dei rom sono passati come l'acqua sul marmo, e - almeno per il momento - abbiamo cessato di essere la cenerentola del G8.
È soprattutto sul fronte della politica estera che facciamo notizia. Da quando è scoppiata la crisi della Georgia, Silvio Berlusconi si è calato con successo nella parte del mediatore tra due suoi amici - George Bush e Vladimir Putin - che si sono ritrovati improvvisamente ai ferri corti. L’incubo del presidente del Consiglio era che un inopinato ritorno alla guerra fredda compromettesse il lavoro di ricucitura con la Russia culminato a suo tempo nello storico vertice di Pratica di Mare e che di conseguenza l’Italia fosse costretta - con evidente detrimento dei suoi interessi economici - a fare di nuovo una scelta di campo tra Washington e Mosca. Non conosceremo mai il contenuto delle lunghe telefonate intercorse in agosto tra Villa Certosa, la Casa Bianca e il Cremlino, e neppure di quelle con Sarkozy, Brown, la Merkel, ma ne vediamo i risultati.
Nello scontro con la Russia, Bush - l'unico che avrebbe potuto farlo - ha rinunciato ad azioni di forza e ha finito con il mandare avanti l’Europa; e questa Europa sempre divisa e litigiosa ha finito, sia pure con qualche inasprimento, con l’adottare la linea del dialogo patrocinata fin dall’inizio dall'Italia. Qualcuno dirà che, nella circostanza, siamo piaciuti più a Medvedev e Putin che a Bush, ma nel corso degli incontri che Berlusconi avrà prossimamente prima con Cheney, poi con lo stesso presidente, ci saranno ampie possibilità di riequilibrare la partita. A Washington, del resto, il governo di centrodestra gode di tanto credito per il riavvicinamento a Israele, la linea più ferma adottata nei confronti dei movimenti terroristici islamici e il maggiore impegno in Afghanistan che possiamo permetterci qualche uscita «in proprio».
Un’altra iniziativa italiana ripresa dai media è stato l’accordo con la Libia, che ha riscosso quasi più consensi all’estero che in patria. La cosa deve sorprendere fino a un certo punto, perché agli stranieri il fatto che l’Italia abbia chiesto scusa per i danni inferti con il colonialismo senza pretendere quelli di Tripoli per la cacciata degli italiani e il missile su Lampedusa non importa come a noi. Importa, invece, che si sia agganciato all’Europa l’unico Paese rivierasco che ha rifiutato di partecipare all’Unione Mediterranea, che si consolidi il pieno reinserimento della Libia nella comunità internazionale e soprattutto che si sia chiuso uno dei canali della immigrazione clandestina.
Vedremo se - con questi risultati - a sinistra si continuerà a parlare con scherno di «politica estera delle pacche sulle spalle». Dopo i disastri combinati dalla coppia Prodi-D’Alema, era un modo di difendersi, ma è difficile negare la realtà. Diamo atto al ministro-ombra del Pd, Piero Fassino, di avere già cambiato tono, e speriamo che il successo produca anche un passo avanti verso quella sempre invocata, ma mai realizzata, politica estera «bipartisan».
Livio Caputo