L’Italia del vino alla guerra dei cloni

Al Vinitaly sotto accusa il kit per fare in casa Chianti o Barolo Senza uva

nostro inviato a Verona
Il Vinitaly ubriacherà per cinque giorni Verona e chi la visita per seguire la più importante fiera dedicata a Bacco nel Buon Paese, certo che le porcherie che si combinano nel nome del vino sono millanta e alcune vanno oltre ogni immaginazione. In fondo noi italiani siamo fortunati perché viviamo in un paradiso della gola, ma pesantemente minacciato da chi piega tutto all’interesse economico.
Ieri ha fatto scalpore il vino non vino, un qualcosa di rosso che se non lo porti alla bocca puoi anche credere sia vino, ma che è meglio evitare: è un’autentica presa in giro. Trattasi del kit per prodursi il vino a casa. Che da sempre qualcuno ci provi, per ritrovarsi dell’aceto in cantina, è cosa che si perde nella notte dei tempi. Il punto è che uno parte dall’uva, anche se fa specie venire a sapere che nella recente trasferta del Vinitaly in India, l’altro grande nuovo mercato con la Cina, c’è chi si è sentito chiedere «ma con che cosa è fatto il vino?». Sembra la barzelletta dell’albero degli spaghetti nel Dopoguerra quando gli americani arrivati a Roma o Napoli pensavano che la pasta crescesse sugli alberi.
Però è anche vero che in Canada e negli Stati Uniti è in vendita da poco più di un anno il kit del perfetto vignaiolo, pochi dollari e uno diventa Angelo Gaja o Piero Antinori. E il kit è sbarcato a Verona, chiaramente sul banco degli imputati perché, per quanto non tutti gli stand pubblicizzino prodotti da mille e una notte, tutti sono almeno fatti con l’uva.
Merito della Coldiretti il cui presidente Sergio Marini si è imbattuto in questa furbata in Internet e sul mercato di Londra: «In America le denominazioni non sono tutelate come all’interno dell’Ue. È questo che ci scandalizza: vedere che brand protetti possano subire simili attacchi».
E, si badi bene, non si spaccia come sciroppi o bevande al gusto di Chianti ma proprio di «Premium wine Chianti» ma anche Valpolicella, Barolo, Amarone fino a sconfinare in Francia. Coldiretti si è prestata a «vinificare» del Barolo, mica gazzosa allungata con chissà cosa di alcolico come accade nei Paesi Scandinavi dove si aromatizza la grappa fatta in casa con melasse ai sapori di qualche frutto o spezia. In un bottiglione da cinque litri Marini ha versato il contenuto di una vescica molliccia, qualcosa di assimilabile al mosto, per poi unirvi una sorta di polverina e una generosa presa di trucioli. Il tutto, istruzioni alla mano, va lasciato decantare per 28 giorni, terminati i quali uno può travasare il liquido in bottiglie di vetro sulle quali apporvi le etichette vendute con il kit. Costo, tra i 10 e i 16 euro per farsi 6 bottiglie, tra i 20 e i 124 per 30, poi bisogna considerare il vetro per un totale tra l’1,67 e il 2,67 euro a bottiglia. Tanto varrebbe andare al supermercato, dove, tra bottiglioni e tetrapack, si spende meno e di certo è vino. Ma chi ha creato questa diavoleria fa leva sulla soddisfazione dell’ignorantone di avere vinificato da sé. Altro che investire nella terra, basta aggiungere i costi di tanica, tappo e tubo euro 5,30; idrometro per controllare la fermentazione altri 10,30; termometro 5,80, set di contenitori 6,2 e sterilizzatore 2,1 e uno è pronto. Uno scherzo che però sputtana il vino vero. C’è chi fa spallucce perché chi ricorre al kit non ha la cultura per capire il vino, ma un giorno sono gli hamburger dei fast-food, un altro è mucca pazza e sparisce la pajata, poi ecco i wine kit e poi vai nei mercati lontani a dire che per il vero Barolo o l’autentico Amarone devi spendere più di due o tre dollari.