L’italiano a cavalcioni sulle spalle di Dante

Caro Paolo, ottima, gradevole e perfetta la risposta offerta al lettore Morgantini (su «il Giornale» del 20 maggio) a proposito di grammatica e prammatica. A sostegno della tua già solidissima cultura e preparazione, ti fornisco ulteriori elementi di avvaloramento relativi all’uso del costui e al tuo «vezzo» del neologismo. Nei «Promessi Sposi» (Cap. VIII) il racconto si apre con la nota esclamazione donabbondiana: «Carneade, chi era costui?», dove il costui vira verso una connotazione negativa. Riguardo ai tuoi neologismi, che il lettore depreca, vorrei citare il canto IX del Paradiso dantesco: «S’io m’intuassi come tu t’immi...» in cui i due verbi fanno il trio con: «Veder volea come si convenne/ l’imago al cerchio, e come vi s’indova» (Paradiso, Canto XXXIII). Come si vede, sei in buona compagnia.


Devo confessare, caro Pranzetti, che la sua lettera un po’ m’imbarazza perché l’esser messo in compagnia di Dante e di Manzoni, be’, non esageriamo. Io mi sento e mi considero un «sutor» e dunque più in là delle «crepidam» non vado. Però, quel Dante! Sfornava parole nuove una via l’altra forgiando verbi su sostantivi, su aggettivi, su avverbi e numerali. E, quel che è bello, come la penna getta, non per ricamare preziosismi. Oltre a «inluiare», «immiare» e «intuare» - «Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla?/ sempre col canto di quei fuochi pii?/ che di sei ali facen la coculla,/perché non satisface a’ miei disii??/ Già non attendere’ io tua dimanda, /? s’io m’intuassi, come tu t’inmii» (e qui s’impone una parentesi: lo conosce il verso di Tommaso Campanella «Credo e farò, se gli empi vuoi far pii: / ma vorrei, per alzarmi a tanta altezza / ch’io m’intuassi, come tutt’immii»?) - abbiamo, alla rinfusa: da sempre un «s’insempra»; da dove un «s’indova»; da meglio un «s’immegli»; da ventre un «m’inventro»; da Dio un «s’indìa»; da mille un «s’inmilla» da cinque un «s’incinqua» e da paradiso un «imparadisiare». E quel «s’àddua» per s’accoppia? Che genio, il Sommo Poeta.
Sommissimo, poi, quando conia parole pur di non asservire il pensiero alla rima. Come il Carducci, tanto per fare un esempio, che per rimare «paese» (Romagna solatia, dolce paese»...), ti va a qualificare di «cortese» quel delinquente tagliaborse di Stefano Pelloni («cui tenne pure il Passator cortese...»). Mentre Dante, nel XXXII dell’Inferno, alle prese col monte apuano Tamberlicchi e intendendo dire che se fosse precipitato sulla coltre di ghiaccio che ricopriva il Cocito questa non avrebbe ricevuto danni per quanto era spessa, cosa ti va a tirar fuori? «Com’era quivi; che se Tambernicchi /vi fosse sù caduto, o Pietrapana,/ non avria pur da l’orlo fatto cricchi». Cricchi! Si inventa l’onomatopeico «cricchi»! Sempre a proposito di lingua a briglia sciolta e di fuochi d’artificio verbali, un altro genio, da me ammiratissimo, era Carlo Emilio Gadda, il Gran Lombardo. Con lui, il gorgonzola che diventa «croconsuelo», la polenta «puchero», Milano «Pastrufazio», la Brianza «Serruchòn» (col suo Resegnone, «il totem orografico della manzoneria lombarda»). Il Resegone. Siccome il Carducci, semper lu, nella Canzone di Legnano verseggiò, sfidando le leggi dell’astronomia, «il sole ridea calando dietro il Resegone», nel Primo libro delle favole Gadda scrisse: «Il sole del Sudamerica incontrò il poeta Carducci e si felicitò seco lui grandemente: “Sei l’unico che mi abbia capito!”, disse». Ma chiudiamola qui, caro Pranzetti, sennò ci prende la mano e non la finiremmo più di andarcene a cavalcioni sulle spalle dei giganti.