«L’italiano ha ferite gravi ma si salverà Haifa è il posto migliore per curarlo»

«Operato all’addome e alla colonna vertebrale. Ma qui assistiamo feriti di guerra da 40 anni»

Gian Micalessin

da Haifa

Il capitano Roberto Punzo dorme ancora, sprofondato nell’oblio degli analgesici in sala rianimazione. Non sente l’urlo delle sirene, non sente il borbottio di chirurghi e infermiere, non sente le fitte di quelle ferite nel profondo dell’addome. Lui dorme. Attorno al suo giaciglio si spera. «Non è questione di vita o di morte, si salverà» - rassicura il chirurgo Jires Jacob - ma dobbiamo fare attenzione alle ferite alla regione lombare, non sappiamo se sono state toccate le terminazioni nervose. Il rischio è tutto lì, l’abbiamo operato per due volte, ma potremo stilare una diagnosi precisa solo fra 48 ore».
Jires è un figlio arabo di questa Haifa israeliana. Un medico con il passaporto ebraico e una laurea in medicina presa a Pavia. L’italiano è ancora fluente, come la simpatia per il nostro Paese e per quel soldato di una missione disarmata. «Dovete dire a tutti di stare tranquilli, il vostro capitano è stato sfortunato, ma nella sfortuna questo è il posto migliore in cui essere curati. Al Rambam di Haifa assistiamo feriti di guerra da 40 anni, qui arrivano tutti i casi più gravi del fronte libanese». Quella del 42enne capitano è una brutta ferita. L’ordigno ha dilaniato l’addome sotto il bordo del giubbotto antiproiettile. Ha riempito l’intestino di schegge. Altri frammenti si sono infilati nella regione lombare, molto vicino alla spina dorsale. Lesioni fatali senza soccorsi e sempre assai dolorose.
Roberto Punzo ha sofferto fino a quando gli anestetici l’hanno calato nell’oblio artificiale. A 24 ore dall’incidente nella base Onu, sulla martoriata collina di Marun er Ras, nessuno è in grado di dire chi abbia colpito il capitano. Distinguere un’esplosione tra le bordate di mortaio katiusha e obice scambiati da israeliani ed Hezbollah sul fronte di Maroun er Ras significa puntare alla cieca. «Non posso dire nulla, ho passato gran parte del mio tempo a seguire le condizioni del capitano e a rispondere alle vostre domande», dice il generale Nicola Gelao, consigliere militare dell’ambasciata italiana di Tel Aviv. «Comunque - aggiunge - vi consiglierei assoluta prudenza, l’incidente è avvenuto in mezzo a una battaglia complicatissima, fino a quando non parleremo con i colleghi del capitano e non verificheremo la situazione sul campo sarà impossibile capirne qualcosa».
Intanto le sirene suonano, le infermiere fanno segno di tenersi alla larga dall’ingresso. Ferito sul campo di battaglia, il capitano Roberto Punzo è finito nell’ospedale di una città al fronte. I malati sono stati spostati dal versante nord più esposto alle piogge di katiusha, e tutti i cristalli sono già stati impacchettati nel nastro adesivo per evitare il micidiale effetto schegge. Nonostante la precaria e incerta situazione, la moglie di Punzo, madre di una bimba di due anni, oggi sarà accanto al marito. Il generale Gelao ha fretta: «Quando un soldato arriva qui dentro - mi ha detto il direttore - guardiamo le sue ferite e non la sua divisa». Ma al di là delle belle parole sono certo che questo ospedale sia, per ora, il posto migliore in cui curare il capitano».