L’italiano liberato vuole restare in Nigeria

I ribelli: «Ora aspettiamo che il governo scarceri i nostri compagni»

Sta bene, ha parlato al telefono con la moglie chiedendo dei figli e dei nipoti, ma vorrebbe restare in Nigeria per dare una mano a liberare gli altri tre compagni di sventura ancora nelle mani dei guerriglieri. Dopo 41 giorni in ostaggio nella foresta, Roberto Dieghi è stato liberato giovedì all’una di notte. I ribelli del Mend, il “Movimento per l’emancipazione del Delta del Niger” lo avevano rapito il 7 dicembre, in una stazione di pompaggio del petrolio dell’Agip. Durante l’attacco erano stati presi in ostaggio anche altri due italiani, Francesco Arena e Cosma Russo, oltre a un collega libanese, Imad Saliba, che rimangono sotto sequestro.
«Le condizioni di salute di Roberto Dieghi sono buone. Ha passato una giornata di riposo e trascorrerà la notte nelle nostre strutture a Port Harcourt», si legge in un comunicato dell’Eni. Dieghi, sottoposto ieri a vari esami clinici, soffriva di pressione alta ed essendo costretto a dormire per terra, sotto una tenda, cominciava a risentire di problemi alla schiena. Ieri l’ex ostaggio ha parlato al telefono con la moglie, Nunzia Dieghi. «Per prima cosa mi ha chiesto come stesse la nostra famiglia: le nostre figlie e i nostri nipoti», ha spiegato la signora. «Ora che Roberto è libero il pensiero va alle persone ancora sequestrate e alle famiglie degli altri ostaggi. Per loro occorre rispetto perché io so quello che stanno soffrendo e spero che presto potremo festeggiare insieme la fine di questa storia», ha detto la moglie del tecnico rilasciato.
Appena riottenuta la libertà, Dieghi «ha voluto mettersi immediatamente a disposizione per collaborare alla liberazione dei suoi colleghi, a costo di rinviare l’abbraccio con i suoi familiari», ha riferito Paolo Raffaelli, il sindaco di Terni, la città dell’ex ostaggio. Una circostanza confermata dal ministro degli Esteri Massimo D’Alema che, nell’esprimere soddisfazione per il rilascio, ha reso noto che Dieghi «continua a impegnarsi a fondo per la liberazione degli altri tre tecnici tuttora tenuti in ostaggio dai ribelli».
Dieghi vorrebbe restare in Nigeria, ma l’Eni difficilmente gli permetterà di rimanere in zona e già nelle prossime ore potrebbe venire rimpatriato, come ha fatto sapere la Farnesina. Si sta organizzando un volo per farlo tornare a casa, dopo gli esami clinici a cui è sottoposto. Ieri sono stati rilasciati anche cinque tecnici cinesi delle telecomunicazioni, rapiti il 5 gennaio.
L’italiano è stato consegnato nella notte fra mercoledì e giovedì alle autorità della regione di Bayelsa, dove sono molto attivi i ribelli del Mend, guidata da Boladei Igali. In un comunicato inviato al Giornale e ad altri organi di stampa, Jomo Gbomo, nome di battaglia del leader del movimento armato, ha spiegato le ragioni della liberazione. «È la prova della nostra buona volontà, che speriamo sia corrisposta dal governo nigeriano e non ha assolutamente niente a che vedere con la salute di Dieghi», si legge nel comunicato inviato via posta elettronica.
Fin dall’inizio il Mend ha proposto uno «scambio» fra gli ostaggi stranieri e quattro detenuti nelle carceri nigeriane. Si tratta dell’ex governatore di Bayelsa, Diepreye Alamieyeseigha, arrestato per corruzione, del leader separatista Mujahid Dokubo-Asari, e di due militanti del Delta del Niger scelti a caso fra i tanti arrestati con l’accusa di terrorismo. Gbomo comunque ribadisce che «l’eventuale rilascio di tutti gli ostaggi nelle nostre mani e la possibile liberazione da parte del governo nigeriano di tutti gli ostaggi (i detenuti politici, ndr) provenienti dalla regione del Delta del Niger, non significherebbe la fine della campagna».
Doccia gelata anche per le speranze di un celere rilascio degli altri rapiti. «Non ci sono discussioni in corso per la liberazione dei due italiani e il libanese ancora in nostra custodia. Li terremo, come abbiamo già detto, indefinitamente», si legge nel comunicato. I ribelli, anche se si risolvesse la questione del sequestro, sono pronti a cambiare tattica «desistendo dai rapimenti e concentrandoci invece sugli atti di sabotaggio, compresi attentati dinamitardi, intesi a paralizzare il settore petrolifero».