L’italiano rapito: «Qui ci ammazzano tutti»

«Perché il governo ci vuole far morire? Non capisco, non capisco», grida al telefono l'ostaggio italiano nelle Filippine, Eugenio Vagni. Tutt’attorno i marines di Manila si scontrano duramente con gli armati di Abu Sayyaf, il gruppo terrorista che ha sequestrato Vagni e altri due dipendenti della Croce rossa internazionale. Li hanno rapiti il 15 gennaio sull’isola di Jolo e da quel giorno gli ostaggi sono stati inghiottiti nella giungla.
I militari filippini sono riusciti a circondare la banda di tagliagole islamici, che ha minacciato di decapitare un ostaggio se gli scontri continueranno. La drammatica telefonata con i rapiti è avvenuta martedì scorso. L’ha ricevuta il senatore Richard Gordon, presidente della Croce rossa delle Filippine. Vagni, 62 anni, aveva una voce alterata dalla tensione, come riporta il giornale dell’arcipelago asiatico Daily Inquirer. Il presidente della Cri locale ha detto a Vagni di farsi coraggio. La risposta dell’ostaggio è stata drammatica: «Dobbiamo per forza essere forti, saremo più forti, ma se i militari non si ritirano, rischiamo di morire». Fra i singhiozzi ha ribadito di essere venuto nelle Filippine «per fare del bene. Perché devo morire?».
Vagni è un veterano degli interventi umanitari nella parte più sfortunata del mondo. Un tecnico che stava andando con la filippina Mary Jean Lacaba e lo svizzero Andreas Notter a controllare le condizioni di vita in un carcere locale quando è stato rapito. La situazione è precipitata lunedì scorso. Marines e sequestratori islamici sono entrati in contatto. Prima imboscate e scaramucce, ma poi gli scontri sono degenerati in una vera e propria battaglia. Sul terreo sono rimasti 3 militari e sei guerriglieri di Abu Sayyaf.
«Mentre infuria la battaglia non sai mai dove sarai colpito da un proiettile, se alla testa o alla schiena - ha detto al telefono la donna filippina in ostaggio -. È stato terribile, abbiamo visto i morti, gli scontri davanti ai nostri occhi. Siamo prigionieri da 64 giorni (martedì scorso nda). Non so nemmeno se saremo mai liberati». I marines pensavano di aver ucciso Albader Parad, il capo del gruppo di terroristi islamici, ma lui si è rifatto vivo minacciando di decapitare un ostaggio se i militari non si ritiravano. «La situazione è molto brutta, una catastrofe. Hanno mandato i militari per liberarci - ha protestato al cellulare l'ostaggio svizzero -? No, questi sono arrivati per ucciderci, per farci ammazzare, non per liberarci». L’Unità di crisi della Farnesina segue quotidianamente la delicata situazione giunta a un punto critico. L’Italia assieme alla Svizzera e alla Croce rossa internazionale ha esercitato pressioni sul governo di Manila per allentare l’assedio. Il senatore Gordon è riuscito a strappare al capo di Abu Sayyaf una mezza promessa per il rilascio di un ostaggio, probabilmente la donna, se i marines si ritirano. Giovedì il capo di Stato maggiore filippino, generale Alexander Yano, ha ordinato un «riposizionamento», per salvaguardare l’incolumità degli ostaggi. I marines temono che mollando la presa la banda possa dileguarsi nella giungla con i rapiti. Nur Musuari è pronto a intervenire come negoziatore, ma la condizione dei terroristi è il ritiro dei marines. Musuari è un ex, ma rispettato leader del Fronte di liberazione Moro. Un gruppo armato che puntava alla secessione dell’isola musulmana di Mindanao. Oggi i guerriglieri hanno trovato un fragile accordo con il governo, ma alcune schegge impazzite combattono ancora. I più giovani sono passati nelle file di Abu Sayyaf, l’Al Qaida delle Filippine.
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