L’Italrugby dura solo un tempo poi il Sudafrica si mette a giocare

Venti minuti di bella Italia non bastano a scalare la montagna impossibile del Sudafrica campione del mondo. Nel rugby l’effetto All Blacks è già finito: la sbornia di spettatori di San Siro, la nostra mischia che schiaccia i neozelandesi, la sconfitta più che onorevole contro i mostri sacri. A Udine si torna al rugby più vero e più concreto. Lo stadio Friuli ha ancora qualche posto vuoto, ma i trentamila che arrivano qui sono tifosi veri, gente che sa chi è il Sudafrica e che non va allo stadio solo per vedere la haka e raccontarla agli amici in salotto. Semmai i trentamila del Friuli pesano più degli ottantamila di San Siro proprio per questo: qui non ci sono i Blacks a fare da specchietto abbagliante, ma c’è il popolo del rugby che conferma che la nazionale ovale può e deve giocare anche lontano dal Flaminio.
Peccato solo che l’Italia del campo duri troppo poco, che ci illuda con il risultato dell’intervallo, ma che poi si sciolga nella ripresa sotto il peso dei campioni del mondo che ogni tanto decidono di passeggiare nelle nostre retrovie per andare a segnare quattro mete che fanno la pesante differenza tra noi e loro. L’Italia paga ancora dazio in fatto di disciplina e di falli inutili, come l’entrata in ritardo di Favaro su Du Preez che lascia gli azzurri in quattordici dopo appena 3 minuti di gioco. Espulsione a tempo che ci costa la bellezza di due mete subite in inferiorità numerica, non appena gli Springboks mettono in azione la loro ala magica Habana, l’uomo che ha rischiato di non giocare la sfida di Udine e che invece vola come il vento a segnare la prima meta e a propiziare la seconda di Fourie.
Quando Favaro rientra, l’Italia è già sotto 12-0 e non siamo nemmeno al quarto d’ora. Si prospetta un massacro, una delle tante sfide a senso unico. Invece Parisse scuote i suoi, offre una palla da meta a Zanni che viene fermato dai sudafricani a pochi centimetri dal sogno. Poi, al 32’, il momento magico: Gower apre per Garcia che trova il buco nello schieramento degli Springboks e va a schiacciare in mezzo ai pali. L’Italia va sul 7-12 e torna incredibilmente in partita, aiutata anche dalla giornata storta di Morne Steyn che spreca una trasformazione e due calci, condannato anche dalla moviola che vede fuori dai pali un suo calcio altissimo. E chi sta ancora discutendo sul fallo di mano di Henry ne prenda nota doverosamente.
Bastano i venti minuti finali del primo tempo per illudere la gente di Udine. La mischia azzurra si conferma su livelli mondiali: dopo aver messo sotto quella della Nuova Zelanda, si permette di tenere alla grande con quella ben più pesante degli Springboks. Peccato che oltre la mischia, il sacrificio, il lavoro sporco, si veda ben poco. A differenza di quanto possono sfoggiare i sudafricani, che nel secondo tempo sfruttano le nostre amnesie, aprono varchi, spingono sull’acceleratore e vanno a dilatare il punteggio con altre due mete.
L’Italia invece non c’è più. Rispetto a San Siro fa un passo indietro, anche se si consola con la miglior sconfitta di sempre contro i sudafricani (10-32). Non resta che lanciare la sfida alle Samoa per invertire finalmente la tendenza. Ma non sarà una passeggiata.