L’Italvolley rosa sul tetto del mondo

«Stracciate» 3-0 anche le statunitensi. Battutto il record di vittorie consecutive che apparteneva alla nazionale maschile (21 a 20)

Si chiama Cassie Busse, è una ragazza bruna e di mento forte, cresciuta in una fattoria che alleva struzzi a Shakopee, nel Minnesota. Gioca nella nazionale Usa di volley ma per un momento è entrata nella storia di quella italiana. Ieri, a Nagoya, in Giappone, un suo errore è valso il quarto punto delle azzurre nell’ultima sfida della Coppa del Mondo e, per le alchimie della matematica applicata allo sport, ha consegnato l’oro alle nostre ragazze. Anche battendoci 3-0, infatti, le yankee non avrebbero potuto più superarci nel quoziente punti. D’altro canto, non ci sono nemmeno andate vicine. L’Italia del volley rosa, oggi, è una piscina di squali che addentano tutto ciò che osa affacciarsi alla rete: americane, cubane, brasiliane, polacche. Finale, 3-0 (a 20, 19, 25) ma per noi. E trofeo da caricare sul jumbo che atterra stasera a Malpensa.
La Coppa del Mondo, mai vinta prima, non è il mondiale, quello che abbiamo conquistato nel 2002, ma un tritacarne da 11 partite in 14 giorni, giocate in città diverse, che assegnava alle prime tre un posto per Pechino. Obiettivo che le azzurre hanno centrato chiudendo un autunno irripetibile, arricchito dall’oro dell’Europeo. E da 21 successi di fila (con ben dieci 3-0 in Giappone), in Italia una serie-record per qualunque disciplina, battuto il primato della nazionale maschile di volley, stabilito dagli azzurri di Julio Velasco nei «fenomenali» anni Novanta. Altri tempi, oggi sullo sport italiano soffia il vento rosa, quello delle Ferrari-sisters della ginnastica, della Pellegrini e della Filippi nel nuoto, della Di Martino nel salto in alto. E il volley si adegua.
Il biglietto per Pechino, gli uomini, devono ancora conquistarselo, partendo dalle prequalifiche di fine mese a Catania: sarà un’impresa. Al neo-ct Andrea Anastasi tocca combinare volti noti, cavalli di ritorno e ragazzi per rilanciare una nazionale che, fra polemiche, dubbi sul ricambio generazionale e magre figure, è in crisi da un anno.
Nello stesso anno, il ct Massimo Barbolini, modenese pacato, ex-allievo di Velasco, ha preso le azzurre reduci dalla «rivolta» contro Marco Bonitta, ha superato i processi di un quarto posto mondiale e ha rilanciato il gruppo senza più le senatrici Togut e Rinieri. Facile, sibilano i rivali: ha aggiunto Tai Aguero, fuggita da Cuba nel 2001 dopo due ori olimpici, ora italiana per matrimonio, decisasi a giocare giovedì contro le sue ex-compagne «perché voglio andare ai Giochi con l’Italia e prima o poi la partita con Cuba sarebbe arrivata». Ma il volley «è imparare a vivere in sei in pochi metri quadrati», come insegnava un vecchio allenatore: si vince insieme. E così quest’Italia è anche Lo Bianco, fuoriclasse idolatrata in Giappone, e Piccinini, uscita dalla gabbia dell’eterna pin-up; i 162 cm della Cardullo («mica giocherai a volley?», la tormentavano anni fa), la grinta della Del Core, che all’epoca dell’oro mondiale faceva gavetta in A2, e Gioli, madre da un anno.
Alle loro spalle, un movimento da 220.000 tesserate (nel 2001 erano 184.000: sport che vince riempie le palestre), quasi il triplo degli uomini, e un’officina per le campionesse di domani come il Club Italia, squadra che oggi raccoglie a Ravenna tredici «promesse» nate fra il ’90 e il ’93, le fa giocare insieme in B1, seleziona il meglio per consegnarlo domani alla nazionale A. Dal Club Italia (che pure qualcuno discute) sono passate sette azzurre di oggi.
Ma il vero segreto qual è? «Questa squadra ha dimostrato di avere una mentalità e una condizione capaci di far superare le difficoltà», chiude Barbolini, «e di non cedere niente sino alla fine. Il futuro? Dovremo essere bravi a ripartire da qui, sapendo che abbiamo molto da migliorare». Il tempo c’è.