L’élite dei cieli impari dalle colf

In questi giorni di crisi dell’Alitalia si sprecano le biografie di piloti, hostess, steward protagonisti delle proteste e delle rivendicazioni. È un personale che appare molto colto per i titoli di studio che sostiene di possedere, e molto cafone per i paragoni che fa tra se stesso e altri lavoratori italiani. Metalmeccanici, colf, cameriere, rappresentano per piloti, hostess, steward Alitalia figure sociali non equiparabili a loro, che evidentemente si sentono delle élite capaci di dare lustro al nostro Paese.
Una coscienza elitaria è indubbiamente positiva e necessaria nello sviluppo economico e civile di una società, però a una condizione: l’elitarismo si deve fondare sul merito. Allora al colto personale della nostra compagnia di bandiera, ricorderei l’apologo di Menenio Agrippa, che conosce chiunque abbia fatto bene le scuole elementari, anche con un solo maestro.
Dunque, si saprà che in un periodo di crisi della vita di Roma, Menenio Agrippa si rivolse alla plebe e al Senato della città per ricordare che la società si sviluppa e si rinforza proprio come il corpo umano, il quale cresce e non deperisce se tutte le sue parti svolgono il loro compito. Il cuore, il fegato, lo stomaco hanno delle funzioni precise a cui sono preposti: è stolto pensare che se il cuore è potente e perfetto e lo stomaco debole e macilento, il primo possa supplire il secondo.
Mi sembra non sia necessario proseguire con l’apologo di Menenio Agrippa perché è facile comprenderne la morale anche da parte di chi ha fatto male le scuole elementari pur con tre maestri per classe. Una morale semplice che, tuttavia, sfugge al colto personale di volo dell’Alitalia, facendogli raggiungere discrete altezze di cafoneria. Qual è il propellente che consente simili mete? La superbia generata da una rendita di posizione, che comporta il totale oblio del valore sociale del merito.
Prendiamo come esempio il paragone con la bistrattata colf. Se la baby sitter di mio figlio non è in grado di svolgere il suo compito bene come dico io, in cinque minuti la licenzio. Se lo svolge meglio di quanto pretendo io, la gratifico economicamente. Questa regola elementare in carrozzoni come l’Alitalia, l’università, le Asl è un mistero analogo allo Spirito Santo.
Ma c’è di più. Bisogna aggiungere che i piloti, le hostess, gli steward della nostra compagnia di bandiera si sono dimostrati in questi giorni di crisi Alitalia un interessante caso antropologico.
Perché costoro si sentono un’élite? Dalle loro dichiarazioni si comprende che sono convinti di rappresentare un ganglio vitale del Paese. Ma vitale è il trasporto aereo, non chi lo fa andare. Stiamo invece assistendo a una sovrapposizione delirante: chi fa andare l’aeroplano si sente lui stesso aeroplano. Non sembri una battuta di spirito: è come se io, professore universitario, mi identificassi con l’università stessa e dicessi io sono l’università e senza di me l’università non funziona. Perché è stata possibile questa delirante sovrapposizione? Perché c’è una comunità (chiamiamola così) legittimata dalle regole del Paese che legittima quel delirio: cioè il sindacato italiano più potente, la Cgil.
Proviamo a ritrovare nel complesso di questa vicenda proporzioni normali. Innanzitutto, le vere élite si basano sul merito che si acquisisce all’interno del contesto sociale. Diversamente, esse sono soltanto rendite di posizioni corporative che non si confrontano con la realtà civile di una nazione. E in secondo luogo, quando si ha la presunzione (talvolta più che giustificata) di ritenersi figure di eccellenza nella società, si deve anche pensare di non essere degli intoccabili, altrimenti l’eccellenza che si ostenta è frutto non del merito ma di qualche privilegio clientelare, sindacale, politico.
Infine un po’ di stile. Le dichiarazioni di piloti e compagnia prima ricordate, le immagini televisive del personale Alitalia dopo il fallimento delle trattative, poco hanno a che fare con l’educazione e il buon gusto di chi pretende di essere un’élite del Paese.