L’élite dell’anti-politica

La relazione di Luca Cordero di Montezemolo nella tradizionale riunione annuale della Confindustria è stato un monumento alla sua migliore qualità, quella di uomo immagine, bello, sciolto e genericamente informato. Intendiamoci, quella di Montezemolo è una relazione condivisibile in tutti quegli obiettivi sollecitati ed ormai universalmente accettati, quali il risanamento della finanza pubblica, l'innovazione, la ripresa economica e così via. Un apprezzamento è da dare anche alla sua richiesta di diversificazione dell'approvvigionamento energetico così come il suo «no» alla cancellazione delle riforme fatte in questi anni a cominciare dalla legge Biagi. Più difficili da accettare e in alcuni casi da respingere, quelle sue enfatiche affermazioni a favore della concertazione o l'attacco al Parlamento e alla politica in genere.
Anche qui, però, è il caso di parlar chiaro. Se per concertazione con le forze sociali si intende un'intesa sulle grandi linee per rilanciare lo sviluppo economico e per la creazione di un nuovo Welfare compatibile con le condizioni di finanza pubblica e con la tutela dei lavoratori, non solo deve essere accettata ma addirittura cercata con forza e con pazienza. Se, invece, per concertazione si intende la scrittura, nel dettaglio, delle nuove leggi a Palazzo Chigi tra governo e sindacati come avvenne negli anni ’96-98 esautorando, di fatto, il Parlamento, allora siamo davvero fuori linea. Questa seconda interpretazione della concertazione è una strada pericolosa che non porta da nessuna parte come potrà confermare un testimone d'eccezione, l'attuale presidente della Camera Fausto Bertinotti, che della sovranità del Parlamento fu uno strenuo sostenitore sino a far cadere nel '98 il governo Prodi. Questa idea elitaria del governo legislativo del Paese (governo+sindacati+Confindustria+voti di fiducia) è in linea perfetta con quella visione della politica che da oltre dieci anni ha devastato l'Italia non solo sul terreno politico ma anche e soprattutto su quello economico, ponendo il nostro Paese fuori dalle tradizioni democratiche dei più grandi Paesi europei e dai suoi circuiti di sviluppo e di competitività. Di qui, allora, bisogna partire per capire l'attacco che Montezemolo ha portato alla politica tout-court.
Non c'è alcun dubbio che la politica e le istituzioni debbano ritrovare efficacia nelle loro azioni ed efficienza nei loro tempi, ma in quei toni di Montezemolo c'è tutta la visione dell'antipolitica, per dirla con un termine giornalistico, che certo non si riscontra in Germania, in Francia, in Spagna, in Inghilterra e men che meno nelle democrazie del Nord Europa. È il tono che fa la musica, diceva un letterato francese del settecento, e i toni di Montezemolo sono rilevatori di un pensiero debole improntato ad un’idea di governo elitario come quello che, peraltro, si realizza nello stesso mondo confindustriale. Con tutto il rispetto per la sua dirigenza, la Confindustria è governata da poche grandi imprese private e pubbliche (le seconde hanno conti in ordine e sono poco indebitate) che non rappresentano l'universo mondo imprenditoriale che nel 95% è fatto da aziende con meno di 50 dipendenti. Quelle aziende sono il cuore pulsante e vitale dell'Italia produttiva riuscendo ancora a misurarsi sui mercati globali, innovando e convincendo. Questo mondo, però, sembra non avere voce «politica» in Confindustria dove contano, invece, coloro che possiedono quote azionarie di banche e di giornali, strumenti potenti di autoreferenzialità che per la loro egemonia richiedono una politica debole ed un Parlamento ancora più debole.
Chi all'inizio degli anni ’90 pensò che un Paese industrializzato come l'Italia potesse avere un grande sviluppo economico senza un'altrettanta grande politica fatta da partiti di massa e da gruppi dirigenti autorevoli, avviò l'Italia verso una strada senza sbocco. Se oggi ci troviamo con un governo di otto partiti più uno che protesta (i repubblicani della Sbarbati) la responsabilità è di quanti hanno ritenuto superata la stagione dei grandi partiti di massa che sono, invece, la stabilità delle grandi democrazie europee. Non sembri paradossale, ma mentre la sinistra si è frantumata, il primo partito del Paese resta da dieci anni di gran lunga Forza Italia e, anomalie tra le anomalie, è quello tenuto fuori dal governo grazie ad un sistema elettorale fondato su quelle coalizioni contrapposte (il famoso ridicolo bipolarismo) che ha introdotto nella vita democratica rigidità insuperabili e prodotto governi di minoranza. La gestione confindustriale sembra echeggiare queste anomalie e nasconde l'insano desiderio di un gruppo di potere di governare il Paese senza averne la legittimità riempiendo così quel vuoto creato dall'assenza di un'offerta politica forte e chiara.