L’obbedienza dell’amore

Un mio amico, che aveva perduto la moglie, disse una volta che a lui dell’immortalità dell’anima non importava niente. «Però capisco bene» aggiunse «come mai esiste il dogma della Resurrezione della carne. Sapere che l’anima di mia moglie vive in paradiso mi consola fino a un certo punto. Quello che m’interessa davvero è di poterla riabbracciare, un giorno».
Ormai anche la festa di san Valentino è diventata oggetto non solo di gadget e di allestimenti speciali di alcune vetrine ma di dibattiti e discussioni. Pochi si domandano chi fosse san Valentino e come mai gli è accaduto di diventare il protettore degli innamorati (anche quando infastidiscono il prossimo sbaciucchiandosi in pubblico).
Pensando a queste cose mi è venuta in mente la frase del mio amico. Ma per capire quella frase ci vuole del tempo, e il tempo è una cosa che non si misura, ma che agisce. Quando ripenso al mio fidanzamento, o ai giorni del mio viaggio di nozze, ventuno anni fa, trovo in quelle cose una bellezza che mi sembra tale solo adesso. L'amore e la fedeltà vanno insieme, perché l'amore non investe solo la sfera dei sentimenti ma la totalità dell'uomo: sentimenti, ragione, intelligenza, corpo, passione. E se a volte il sentimento si offusca, come si dice, questo non basta a dire che si è offuscato l'amore.
Molti anni fa mi trovavo una sera a un bar con alcuni amici, quando entrò un uomo di mezza età grande e grosso, ubriaco, urlando e cominciando a infastidire i presenti. Il barista era un ragazzo come me, e aveva paura di lui. Così, quando l'energumeno gli ordinò di dargli da bere, lui obbedì. E gli versò uno, due, tre, cinque bicchieri. E quello diventava sempre più molesto. Io e i miei amici ce ne stavamo zitti in un angolo per evitare di scatenare una rissa. A un certo punto la porta del bar si apre e compare una donna piccola e magrissima, della stessa età dell'uomo e, sempre stando sulla porta, comincia a chiamarlo per nome. L'uomo finge di non averla né vista né sentita e continua ad arringare il pubblico, come aveva cominciato a fare da qualche minuto.
Lei continua a fare il suo nome. Andiamo, dice. Andiamo a casa. Vieni, che ti porto a casa. Lui per un po' continua a ignorarla, ma lei non smette di ripetere quel nome. Andiamo a casa. Dammi il braccio. È lì, in piedi, dritta come una statua gotica, immobile, con due lacrime sugli occhi, immobili, che sembrano fatte di vetro.
Lui d'un tratto si volta, la vede, la guarda come se realizzasse lì, per la prima volta, la sua esistenza. Chi è, questa? Come si permette? Allora si mette a insultarla, le ordina di andarsene via immediatamente, le dà della puttana, la maledice. La vedete quella lì? Eh? La vedete?
Ma lei, immobile, sembrerebbe non accorgersi di quelle parole vergognose se non fosse per le lacrime, che diventano sempre più grandi, e luccicano come i vetri di due orologi. Vieni, vieni a casa. Sono venuta a prenderti. Dammi il braccio, che piano piano - come lo ricordo, quel «piano piano!» - ti riporto a casa.
Lui torna a insultarla, ma poi va verso di lei, e sempre arringando la folla e maledicendo le donne le dà il braccio, e sempre gridando che le donne sono tutte puttane e la sua più delle altre si appoggia a lei, qualcuno apre la porta e i due se ne vanno, lungo quella strada milanese di periferia, in zona Cimiano, verso la loro casa.
Mi sono chiesto tante volte come mai, ogni volta che penso all'amore, questo episodio non manca mai di tornarmi alla mente. Forse sarà per l'icona potente di quella piccola donna. O per quell'uomo, che forse non provava più amore, ma sapeva, persino da ubriaco, che era meglio obbedire all'amore di lei. L'amore è anche questo, io l'ho imparato allora. Inchinarsi davanti a un amore più grande del nostro.
Questo è ciò che vorrei più di ogni altra cosa. Adesso e nell'ora della mia morte. Non diventare ricco, o vincere il premio Nobel, o scrivere la nuova Divina Commedia (aspirazioni medie da scrittore: ciascuno ci metta le proprie). Vorrei avere qualcuno che mi dice: Vieni, dammi il braccio, che ti riporto a casa.
Luca Doninelli