L’obiettivo è avere il 5% Ma con qualche pericolo

La prima differenza sostanziale che comporta l’adesione a una linea di previdenza integrativa a indirizzo bilanciato, rispetto a una linea «obiettivo Tfr» e a una obbligazionaria, è nella finalità della gestione: le linee bilanciate rispondono alle esigenze di un investitore che privilegi la crescita dei risultati accettando una maggiore esposizione al rischio. Prima di chiarire che cosa significhi in termini pratici questo maggior pericolo potenziale, occorre precisare che esistono tre tipologie di linee bilanciate. La prima è la cosiddetta «bilanciata obbligazionaria», la seconda è la «bilanciata classica» e la terza è la «bilanciata azionaria». La distinzione principale è nell’esposizione massima alla Borsa: un limite del 40% (e medio del 20-30%) per la bilanciata obbligazionaria, uno del 60% (e medio del 40-50%) per le bilanciate e un massimo del 70% (medio del 50-60%) per le bilanciate azionarie.
Per comprendere il diverso grado di «pericolo» di queste soluzioni è sufficiente osservare le perdite medie accumulate nel 2008, un anno caratterizzato da forti cadute degli indici di Borsa e che può rappresentare un banco di prova per valutare l’effettiva rischiosità massima di questa tipologia di prodotti: le linee bilanciate azionarie hanno perso in media il 22%, quelle bilanciate il 13% mentre le linee bilanciate obbligazionarie hanno limitato la caduta al 2,2 per cento. I rendimenti ottenibili, invece, possono essere stimati nel 4% netto annuo per le linee bilanciate obbligazionarie, nel 5% per le bilanciate e nel 5,5% per quelle bilanciate azionarie. Le linee bilanciate possono, quindi, essere scelte sia da coloro che accettano rischi maggiori per ottenere prestazioni finali superiori sia da quanti negli anni scorsi hanno sottoscritto una linea azionaria e ora vogliono ridurne il rischio potenziale. Ecco un esempio pratico: un lavoratore di 40 anni che guadagna 20mila euro lordi annui e che andrà in pensione a 61 anni con 37 anni di contributi e con uno stipendio lordo di 38.100 euro. Si stima che la pensione pubblica rappresenterà il 60% (pari a 22.800 euro) di questa ultima retribuzione; se aderisce fino all’età pensionabile al fondo integrativo di categoria con un versamento del Tfr (6,91% dello stipendio annuo) e con un ulteriore versamento personale pari all’1,50% dello stipendio annuo (ovvero 300 euro all’anno), a cui si aggiunge il contributo del datore di lavoro di un altro 1,50% (altri 300 euro annui), arriverà a coprire il 70% circa dell’ultimo stipendio (26.700 euro annui).
Il 75% dell’ultima retribuzione (ovvero 29.000 euro annui), ottenuti sommando la pensione pubblica e quella integrativa, tramite il versamento del Tfr e quello derivante dal contributo del datore di lavoro, può essere raggiunto con un versamento personale del 6,50% dello stipendio annuo (ovvero 1.300 euro annui invece dei 300 ipotizzati in precedenza). Nel caso volesse cautelarsi aderendo a una linea «obiettivo Tfr» dovrebbe aumentare i versamenti volontari portandoli al 7,8% dello stipendio e cioè 1.560 euro annui invece dei 1.300 euro necessari la linea bilanciata.