L’obiettivo: guidare la casa comune Ma i colonnelli frenano i suoi piani

Il capo di An pensa al partito unitario ma il silenzio sui valori lo isola dal gruppo dirigente

Mario Sechi

da Roma

Una buona mossa (il partito unitario) e una cattiva (ignorare la forza delle correnti). Gianfranco Fini ieri ha capito che doveva prendere le distanze dal follinismo, ma nello stesso tempo ha mancato di realpolitik pretendendo di affermare “le roi c'est moi” senza tener conto dei colonnelli. Non si è mai visto nessun generale vincere una guerra senza esercito e il presidente di An ieri è apparso un leader di partito senza armatura e senza armata. Tanto bravo nello smarcarsi dall’ombra del subgoverno An-Udc, quanto maldestro nel tentativo di affermare la propria leadership a prescindere dai contenuti, dai programmi, dai valori e, soprattutto, dagli uomini. La politica finiana nel giro di pochi mesi ha subito una mutazione genetica, tanto che in molti nel partito si sono chiesti se il suo Dna corrisponda ancora a quello progettato più di dieci anni fa nel laboratorio di Fiuggi.
La relazione di Fini ha aperto intelligentemente alla Casa comune del centrodestra, ma confinato il dibattito sui valori, l’analisi dello tsunami referendario e l’organizzazione di un grande partito come An, a un problema nominalistico o di sola leadership. Alleanza nazionale è un partito che ha storia, sedi nel territorio che funzionano, un dibattito interno che perfino definire “vivace” è riduttivo e per questo Fini avrebbe dovuto - magari facendo propria la lezione di un suo amico, Tony Blair - «ascoltare e capire».
Casa comune e Alleanza nazionale
Fini ha scelto la via diametralmente opposta a quella di Follini. E l’ha fatto con valide ragioni: distinguersi dall’esercito alleato impegnato in un’operazione di fuoco amico, riproporsi come leader potenziale del rassemblement futuro, spostare il centro del dibattito sui destini della Casa delle libertà e non su quelli di via della Scrofa.
L’operazione di smarcamento da Follini ha avuto un indubbio effetto. L’Udc infatti ha risposto con una ruvidezza e mancanza di stile tali da scoprire i limiti della strategia folliniana, imperniata sul neocentrismo, la scomposizione dei poli e il ritorno al proporzionale. Fini sa che uno scenario del genere lo riporterebbe sull’ala destra dello schieramento ed è corso ai ripari rilanciando il percorso avviato da Berlusconi sul partito unitario che, per il leader di An, «non deve essere di centro». È tutta in quest’ultima frase la preoccupazione di Fini: non lasciarsi spingere verso posizioni periferiche nella mappa della politica italiana. Alleanza nazionale vuole essere un vasto continente dell’emisfero destro, lo scioglimento dei poli e la ricostituzione di un centro politico neodc, per Fini e i suoi sarebbe letale.
Le correnti di Via della Scrofa
Fini ha sempre usato la Casa delle libertà come stanza di compensazione delle tensioni del partito. Posti di governo e sottogoverno sono serviti a mantenere la situazione in quell’equilibrio instabile che ha fatto la storia di An da Fiuggi a oggi. Un sistema di pesi e contrappesi che finora aveva consentito a Fini di fare il leader e il padre nobile del partito. Il presidente ha così potuto governare senza avere maggioranze proprie precostituite, calibrando di volta in volta le decisioni e procedendo per «strappi» e «revisioni» che hanno realmente fatto di An un partito della moderna destra europea. Ma l’ultima lacerazione sul vestito di An (il Sì del leader al referendum sulla procreazione) è stata più ampia di quanto immaginato. La toppa che ieri Fini ha confezionato per tentare la ricucitura era piccola e perfino di colore diverso. Fini con la sua relazione ha cercato di aggirare questo macigno ricorrendo all’escamotage del canguro: saltare a piè pari il tema dei valori e l’onda montante delle correnti. «Governerò senza tenerne conto» ha detto il leader di fronte alla platea dell’Assemblea nazionale. È stato un attimo: il partito che avrebbe dovuto sciogliere le correnti, si è ritrovato in balìa della loro forza centrifuga e il chiarimento è diventato - nei toni, nel linguaggio, nelle movenze - un drammatico regolamento di conti. Oggi Fini replicherà e - da politico di consumata esperienza - troverà il modo di ricomporre la frattura con il gruppo dirigente. Qualche giorno fa, il Riformista avanzava il sospetto che Fini - in versione reloaded - si sentisse già «una riserva della Repubblica». Il problema vero sarebbe un altro: che Fini diventi una riserva per il suo partito.