L’«Obsession» degli allievi di Pera: dialogare con gli islamici moderati

Anteprima del film-choc sul terrorismo per i giovani liberali di «Magna Carta»

Raffaela Scaglietta

da Roma

Il film «Obsession» di Wayne Kopping è il mantra dell'odio islamico contro l'occidente. Un attentato alle libertà civili. Un boato di immagini di propaganda di matrice musulmana e iraniana a cui non si può più sfuggire. Tre domande vengono subito in mente alla fine della proiezione, avvenuta ieri, in anteprima europea alla Villa Tuscolana di Frascati a cui ha partecipato anche l'ex presidente del Senato Marcello Pera: perché esiste una jihad globale? Perché la statua della libertà di New York è manipolata come un teschio della morte nel filmato di propaganda iraniano solo per attaccare il simbolo della nostra civiltà occidentale e della nostra integrazione? È troppo tardi per fermare questa escalation dell'odio?
Il film-documentario presentato ieri ai giovani studenti della summer school della fondazione Magna Carta inizia con lo scorrere di poche frasi «questo è un film sull'islam radicale». Ma lascia subito allo spettatore una piccola porta di uscita di sicurezza: «È importante ricordare che gran parte dei musulmani sono pacifici e non sostengono il terrore». Un po' di ossigeno dunque per chi guarda da soli pochi minuti ed è già coinvolto nel vortice dell'odio. Poi subito le tragiche immagini degli attentati di New York (settembre 2001), Bali (ottobre 2002), Madrid (marzo 2004), Beslan (settembre 2004) e Londra (luglio 2005). Quindi la cerimonia dei kamikaze suicidi in Libano che si preparano a morire nel 1996. Chiaro è il messaggio. Forte è la provocazione. «Questa è una dichiarazione di guerra contro la cultura occidentale, contro il giudaismo» commenta Nomie Darwish, moglie e vedova di un martire che parla con lucidità e chiarezza disarmante al pubblico. Ma quanti sono? Chi ci minaccia? Chiede l'intervistatore ai testimoni scelti per raccontare agli occidentali la jihad, la ferrea autodisciplina dettata da Allah per conquistare il mondo e in casi estremi uccidere.
Nel mondo ci sono circa un miliardo di musulmani ma non appartengono tutti ad al Qaida o al gruppo guidato da Al Zarqawi - risponde un esperto americano che fa parte dell'Investigative project. Si sono infiltrati nella nostra società. «Ormai usano i nostri territori, le nostre scuole per combattere - spiega Caroline Glick, ricercatrice del Center of security council - la nozione di territorio è cambiata». Ma c'è forse una ragione storica che viene dall'Occidente stesso? Nel 1941 il presidente americano Roosevelt diceva: «Arriveranno presto nelle nostre case per cercare un nuovo Dio». E nello stesso anno nel 1941 Hitler riceveva il Muftì di Gerusalemme per parlare della questione ebraica. La storia insegna, ma la storia porta anche germi pericolosi. «La questione islamico-fascista è più pericolosa della questione nazista» commenta un esperto. Ma c'è dunque una soluzione? Sostenere la forza moderata dell'Islam e farla parlare. Dialogare. Cosi finisce il documentario. E questo sembra l'insegnamento che i giovani laureati hanno ricevuto in questi giorni di seminario a Frascati. «L'integrazione sociale è importante e penso alla storia di Hina - racconta Nicoletta Coccia, di Treviso laureata in psicologia del lavoro - ma è giusto chiedere anche rispetto per le nostre regole». «Bisogna rafforzare i nostri valori», racconta invece Marco Striano, laureato in scienze internazionali a Napoli.