L’OCCASIONE PERDUTA

È inutile travestire l’ignavia da understatement: oggi si concludono le Olimpiadi più vergognose della storia moderna, per molti aspetti anche peggiori di quelle naziste di Berlino del 1936. Solo il tempo permetterà di comprendere di che cosa siamo stati complici noi come occidentali, come europei, come democratici, come sportivi. Ma il tempo, il presente inafferrabile, per ora è tutto per la «Vittoria politica della Cina», come efficacemente titolato da le Figaro di ieri: è indubbiamente cinese la medaglia d’oro vinta al termine della marcia che l’ha portata a battere ogni primato economico da quando fu fatta entrare nel Wto, a gareggiare pur dopata del proprio schiavismo. La parola del resto è quella: schiavismo.
Ci appigliamo sempre più svogliatamente al Tibet e alla sua drammatica allure, estetizzante e politicamente corretta: ma lo facciamo anche per non parlare di una produzione che in Cina è spremuta in veri lager come sono i laogai, non parlare dunque della schiavitù impiegata per approntare le stesse mirabolanti strutture olimpioniche ammirate in televisione, non parlare delle paghe ridicole, delle ferie inesistenti, degli orari impossibili, dei sindacati proibiti, delle condizioni di lavoro da miniere del ’700; non parlare, prestissimo, neanche più del Tibet. Parleremo d’altro, ma coi nostri tempi estivi: ricominceremo dallo sport e ci chiederemo magari come sia possibile che i cinesi abbiano accumulato medaglie su medaglie soprattutto in discipline decise dalle giurie, parleremo delle atlete bambine che sembrano automi, ascolteremo i nostri atleti perplessi da un clima che loro stessi hanno definito come allucinante, magari ci faremo anche un poco di compassione, come cittadini e come democratici: perché ci accorgeremo che siamo ridotti, ormai, a cercare nei gesti di un pugile e di una canoista quelle vibrazioni che il nostro governo a nessun livello ha voluto o saputo trasmettere.
È andata così, ieri: il pugile Clemente Russo ha detto che «La mia medaglia è per i cinesi che soffrono», mentre la canoista azzurra Josefa Idem ha parlato del Dalai Lama e ha detto che «in Europa solo un capo di Stato l’ha ricevuto». Che poi non è neanche vero: il Dalai Lama, dapprima ospite in Usa e Canada, è stato ricevuto successivamente dai governi di Austria e Germania (quest’ultima primo Paese europeo per interscambio con la Cina) e appunto l’altro giorno dal governo francese, ammansito da un’ex fotomodella che rispetto all’inesistenza del nostro governo ha fatto un figurone. Ma col ministro Franco Frattini non stiamo neanche più a prendercela: ebbe a dire che non avrebbe incontrato il Dalai Lama, appunto, per non provocare «gli amici cinesi»: e chiusa lì. Ogni sua dichiarazione successiva ha palesato un disinteresse semplicemente perfetto e una vacanza non solo intellettuale: e glielo diciamo da un quotidiano filo-governativo, figurarsi se non lo fossimo. Ogni proposta di non presenziare per esempio alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi (sollecitata, tra altri, dal responsabile Esteri di An Marco Zacchera e dal ministro Giorgia Meloni) è stata respinta da Frattini con molle arroganza. La Cina, con arroganza decisamente più consistente, ha sempre minacciato di ritorsioni economiche tutti i Paesi che avevano osato incontrare il Dalai Lama: Frattini è l’unico che se n’è dato preoccupazione.
Ma il girone degli accidiosi, prima che al ministero degli Esteri italiano, è già stato riservato da tempo al Comitato olimpico internazionale e al suo presidente Jacques Rogge. Su un punto, oggi, sembrerebbero tutti d’accordo: il difetto è nel manico, l’errore è stato dare le Olimpiadi alla Cina. E qui occorrerebbe spiegare quanto di effettivamente sportivo ci sia nel carrozzone affaristico del Cio, quindi il peso di alcune multinazionali interessatissime al mercato asiatico, il ruolo degli Stati Uniti che per inciso dipendono dalla Cina più di chiunque altro: l’economia d’Oltreoceano non può certo rinunciare ai prodotti cinesi a basso costo (che frenano l’inflazione e aumentano la capacità d’acquisto) e gli investitori cinesi, se d’un tratto sparissero, farebbero letteralmente tracollare il Paese. Scindendo economia e diritti umani, se possibile, gli Usa tuttavia hanno bacchettato i cinesi più di una volta: anche recentemente. Non granché, certo. Ma il Cio, in compenso, è stato comico e basta. Dopo l’assegnazione dei Giochi, nel 2001, Jacques Rogge disse che la situazione dei diritti umani in Cina sarebbe migliorata, e aggiunse che il Cio in caso contrario avrebbe preso dei provvedimenti: lo disse alla Bbc. Da allora, e non è chiaro su quali basi, il Cio ha sempre continuato a sostenere che la Cina abbia fatto progressi: giungendo al tempo stesso a sostenere che il Comitato si sarebbe comunque tenuto in contatto con organizzazioni come Amnesty International e Human Rights Watch.
Il segretario del Comitato promotore di Pechino 2008, Wang Wei, intanto affermava che avrebbe «garantito completa libertà d’informazione ai giornalisti, i giochi miglioreranno tutte le condizioni sociali, compresa l’educazione, la salute e i diritti umani». Dettaglio: non hanno garantito niente, non è migliorato niente. Anzi. Oltretutto il Cio da allora a oggi non ha detto sostanzialmente nulla. A parte un generico auspicio sul Tibet risalente a quando ne parlavano davvero tutti («Il Comitato ha già espresso la speranza che questo conflitto venga risolto pacificamente il prima possibile», una cosa così) è noto ai più che il Cio se l’è presa col giamaicano Usain Bolt per il suo stile nel festeggiare le vittorie o che ha impedito alla squadra spagnola di esporre la bandiera a mezz’asta dopo la tragedia aerea di Barajas. Stop. Eppure le citate organizzazioni umanitarie, non da sole, intanto non hanno mai smesso di documentare come la Cina sia venuta meno a ogni sua promessa e abbia tradito qualsiasi spirito olimpico.
Lasciamo pure perdere il Tibet, sul quale si discute ormai solo per stabilire l’esatto numero dei morti; per il resto, in questi ultimi mesi, tutti i rapporti hanno testimoniato come siano peggiorate, nell’ordine, la persecuzione degli attivisti per i diritti umani, la detenzione senza processo, la censura e nondimeno l’applicazione della pena di morte. Le autorità cinesi, ultimamente, hanno imprigionato chiunque potesse minacciare l’immagine di stabilità e armonia che la loro efficientissima organizzazione ha cercato di presentare. Non si sono contate le persecuzioni a giornalisti e attivisti, mentre diversi scrittori sono stati condannati per «incitamento alla sovversione» perché avevano rilasciato delle interviste alla stampa estera. Sono state estese, prima e durante il periodo olimpico, alcune forme di detenzione amministrativa come la «rieducazione attraverso il lavoro» e una generica «riabilitazione forzata dalla droga». La polizia seguita a godere di un potere assoluto e può imporre pene anche senza un’accusa e senza un processo. Il Circolo della stampa estera ha segnalato 260 casi di interferenze delle autorità, mentre va da sé che ai giornalisti cinesi sia stato impedito, come sempre, di scrivere su argomenti giudicati sensibili. La pena di morte era e resta prevista per 68 reati (anche se le autorità negano) e in ogni caso annovera più esecuzioni che in tutte le altre nazioni del mondo messe insieme, ma i dati non sono precisi perché in Cina sono considerati segreto di Stato.
Il resto è per così dire noto: gli organi espiantati e rivenduti senza il consenso dei familiari, le torture, i religiosi ammazzati, i dissidenti imbottiti di psicofarmaci, insomma tutte le specialità non olimpiche che da domani continueranno come sempre. Mentre gli atleti, domani, torneranno a casa assieme a una missione che era più grande di loro perché gli era stata scaraventata addosso da una classe politica a dir poco codarda, ormai arresa a questioni di piccolo cabotaggio o, quando va bene, rassegnata che lo sviluppo di parte del mondo resti autoritario e pianificato dall’alto, svincolato da ogni consenso democratico. Torna a casa anche la velleità di volerci propinare l’ormai scoperta, sonora, croccante, spettacolare balla secondo la quale sviluppo e democrazia camminerebbero a braccetto. Non è vero. Non lo è mai stato. Dal nazismo in poi. Da Berlino 1936 a Pechino 2008.
Filippo Facci