L’occasione persa dal Pd: democratici solo a parole

In teoria chiedono misure per lo sviluppo e giurano di detestare il
gossip Ma davanti alle proposte concrete del premier, scappano a gambe
levate

Ma come? Non erano quelli che «l’importante è il bene del Paese»? Non erano quelli che «bisogna pensare allo sviluppo»? Non erano quelli che «smettiamola col gossip e parliamo dei problemi concreti della gente»? Appena Berlusconi prova a mettere lì una proposta di lavoro per «rilanciare la società e l’economia», rispondono che non si può fare. Che è patetico. Che è un inganno. Che il tempo è scaduto. Proprio così: il tempo è scaduto, come se Bersani fosse il Big Ben e il Pd la succursale della Bulova. Come se il tempo fosse cosa loro e potessero manovrarlo allo stesso modo in cui manovrano certe Procure.

C’era una volta l’opposizione, adesso c’è la distruzione. E così il partito democratico che era nato per seppellire l’antiberlusconismo, finisce per esserne seppellito: doveva andare avanti a fatti e proposte concrete, si schianta contro un muro di slogan e livori, perdendo l’ultima occasione per dimostrare di aver conservato una linea che non sia quella dell’odio. In effetti, la rapidità sprezzante con cui i vertici del Pd liquidano la proposta di «lavoro comune», lanciata dal premier sulle colonne del Corriere della Sera, è la dimostrazione del fatto che quando nei talk show si riempiono la bocca con «i problemi della gggente», in realtà, stanno abbondando di «g» e di menzogne. È chiaro: a loro della «gggente» non gliene importa nulla. Vogliono solo massacrare Berlusconi.

La dimostrazione è fin troppo facile. Fino a qualche settimana fa quando il premier ipotizzava la possibilità, in mancanza di una chiara maggioranza parlamentare, di andare alle urne gli davano dell’irresponsabile e dipingevano le elezioni come il male assoluto del Paese. «Pensiamo piuttosto a fare un patto per lo sviluppo del Paese», sghignazzavano. Adesso che la maggioranza parlamentare c’è e Berlusconi propone un patto per lo sviluppo del Paese, sghignazzano ancora dicendo che «è fuori tempo massimo» e che bisogna andare alle urne. Ma come? Le urne non erano il male assoluto? Non erano un rischio troppo grande per il Paese? E poi: fuori tempo massimo de che? Chi l’ha stabilito il «tempo massimo»? E davvero c’è «un tempo massimo»? Ma siamo alle prese con il futuro del Paese o con una prova olimpica di maratona?

Se qualcuno aveva ancora bisogno della prova che i dirigenti democratici non possiedono altra ispirazione oltre al rancore antiberlusconiano, ebbene, ecco fatto. Bersani aveva un’ultima occasione per salvare il partito dalla deriva radicale e violenta: l’ha buttata al vento in poche ore. Di qui in avanti sarà difficile distinguere il suo Pd da un girotondo. O, peggio, da uno strafalcione di Di Pietro.

Fra l’altro, sia detto per inciso, tutto ciò è male non solo per il futuro del Paese e per le speranze di una sinistra civile: è male anche per il medesimo partitone che viene portato ad affogare una lunga tradizione di sapienza politica in un coacervo di movimenti arrabbiati, di urlatori professionisti, rosibindi inacidite e malpancisti in servizio permanente effettivo. Davvero pensano i leader del Pd che il loro partito ne trarrà giovamento? O quel magma indistinto della santa alleanza berlusconiana sarà ancora una volta la fortuna dei Di Pietro o dei Nichi Vendola? Ragionate: se vince l’idea che Berlusconi è il Diavolo e che l’unico modo per fare opposizione è fargli una guerra senza quartiere, senza regole e senza convenzione di Ginevra, chi è più accreditato a essere nominato comandante? Il Bersani brusco&lambrusco o il feroce Tonino? Veltroni o un comunista oltranzista? O magari direttamente un Torquemada di nuovo conio, magari un magistrato alla Boccassini?

Faceva effetto, ieri, leggere le dichiarazioni del Pd. Berlusconi dice: «Parliamo». E Bersani gli risponde: «Parliamo se tu sparisci». Il coordinatore nazionale del Partito, Maurizio Migliavacca, definisce le parole del premier nientemeno che un «ringhio rabbioso». E persino il sempre cauto Enrico Letta si lascia andare a dichiarazioni dure, invocando come soluzione, pensate un po’, il ricorso al dibattito in Tv. Ma come? Non ci avevano sempre detto che la Tv fa male? Che la politica non si può fare per via catodica, ma nel Paese reale? Che non basta parlare ma bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare? E allora? Perché adesso cambiano tutto? Perché inneggiano alla Tv e alle elezioni? Perché respingono una proposta di lavoro senza nemmeno discuterla? Solo perché ad avanzarla è Berlusconi? Ecco fatto, come volevasi dimostrare: il Partito democratico ha perso l’ultima occasione per dimostrare di essere democratico. E si rivela, in realtà, quel che è: un partito kamikaze, figlio dell’odio e di una Jihad sinistramente politica, un’armata fedayn disposta a tutto pur di ridurre a brandelli l’odiato nemico berlusconiano. Anche a farsi saltare in aria, in mezzo alla folla. Avanti popolo, e insciallah. Purché non dicano, poi, che morti e feriti sono per il bene del Paese.