L’occasione per riformare l’Onu

La missione è cominciata, ma la posta in gioco non è soltanto l’«operazione Leonte», antico richiamo al fiume Litani nel Libano meridionale. All’ombra dei soldati italiani e della coalizione Onu chiamata a intervenire - vedremo come - fra il «Partito di Dio» o Hezbollah che dir si voglia e lo Stato d’Israele, continuerà la silenziosa ma per l’Italia non meno rilevante battaglia diplomatica sul Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Un organismo fuori corso quanto molte delle purtroppo spesso impotenti spedizioni che ha nel tempo promosso per venire a capo di conflitti sanguinosi e dimenticati; così fuori corso, tale organismo, da rispecchiare col suo assetto di cinque membri permanenti e forti del diritto di veto l’equilibrio politico di un mondo ormai inesistente: il mondo di sessant’anni fa.
Basti ricordare che da questo piccolo club è ancora esclusa la metà dei Paesi che costituiscono il G8, ossia mancano il Giappone, la Germania, l’Italia e il Canada. E dei cinque Continenti, addirittura due e mezzo di essi neppure figurano allo stesso modo e con gli stessi poteri: l’Africa, l’Oceania e l’America latina.
Il vertice Onu è dunque la fotografia in bianco e nero di una visione dimezzata del nostro tempo; e in più si regge sul criterio oligarchico del veto sempre possibile per i magnifici cinque, e condizionante il voto dei quasi duecento Paesi aderenti all’Organizzazione.
Né contano un granché, per far parte dell’«élite», i criteri pragmatici della quantità di contributi versati per il funzionamento delle Nazioni Unite da parte dei singoli Stati, o l’impegno degli stessi nelle missioni internazionali. Se questi parametri pesassero, l’Italia sarebbe nel direttorio.
Da tempo la Germania e il Giappone premono per l’ingresso permanente al Consiglio di sicurezza. E per superare la storica diffidenza rispettivamente della Gran Bretagna e della Cina, che fanno parte del quintetto, alla richiesta di Tokio e di Berlino s’è associata con astuzia anche quelle del Brasile e dell’India.
Com’è evidente, da questa eventuale riforma solo l’Italia finirebbe per fare le spese. Tant’è che in due momenti decisivi durante il braccio di ferro che dura da almeno quindici anni, il nostro Paese ha saputo bloccare l’iniziativa, dando voce alle molte Nazioni contrarie a perpetuare l’ingiustizia.
Un’ingiustizia che, con la proposta di Giappone e Germania, si ingrandirebbe: da cinque a nove Stati «decidi-tutto» (e con gli ultimi arrivati comunque privi del diritto di veto...).
Presto assisteremo al terzo tentativo di «modificare senza modificare» il Consiglio di sicurezza, con l’unico rischio che soltanto il nostro Paese possa restare penalizzato. Cosa che già avviene nelle trattative con l’Iran sul nucleare, condotte dal «Cinque più uno», cioè dai Paesi alla guida permanente dell’Onu e dalla Germania.
La «nostra» missione in Libano serva, allora, anche a questo, al riequilibrio. Serva a farci entrare nel Gruppo, come sollecitano i diplomatici del caso. Sarebbe la premessa necessaria per reimpostare la strategia italiana sulla riforma Onu.
Tra l’altro, nel biennio che viene siamo di turno al Consiglio di Sicurezza: occasione d’oro da non sprecare.
La Farnesina può contare su una novità finora poco valorizzata: la mobilitazione delle comunità italiane all’estero per sensibilizzare i governi degli Stati in cui esse sono perfettamente inserite.
Accadde in modo parziale con le principali organizzazioni degli americani italiani (Niaf, Sons of Italy), che s’impegnarono negli Stati Uniti all’epoca del primo scontro politico internazionale per l’Onu. Con i 18 parlamentari italiani eletti nel mondo, a questa risorsa si può ora attingere ben oltre l’esempio Usa. Per far valere il buon diritto dell’Italia.
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