L’Occidente potrebbe pagare il conto

ILLUSIONE Creare un’oasi di ricchezza sfrenata è stata un’operazione troppo cara. Ora la bolla è scoppiata

La crisi di Dubai farà molti morti e feriti, più di quelli attualmente indiziati, che sono già parecchi. Ma non è una bomba nucleare. Ciò per il semplice fatto che la finanziaria statale che ha chiesto la moratoria sui suoi debiti, la Dubai World, ha un’esposizione complessiva di 80 miliardi di dollari soltanto. E pertanto, sebbene si tratti di una cifra consistente pari al 5,4% del Pil italiano, siamo ben lontani dai problemi di insolvenza che hanno innescato la grande crisi da cui il mondo sta uscendo a fatica, che riguardavano (e in parte ancora riguardano) cifre di oltre trenta volte tanto. Inoltre la Dubai World non è una banca, quindi il suo eventuale dissesto - per ora ci sono solo richieste di moratoria per la restituzione di somme prestate dalle banche - non lede direttamente il sistema creditizio. Le banche esposte sono un numero rispettabile e ciò comporta che le perdite si ripartiranno su tanti istituti. Si può però aggiungere che «piove sul bagnato» perché le banche che hanno fatto più finanziamenti a questa holding statale dell’Emirato arabo sono quelle inglesi, che già hanno subito altre perdite. Però la catena dei prestiti e delle garanzie su di essi include molti soggetti, per entità di esposizione variabili, che in parte notevole non si conoscono. Così accanto alle perdite note, ci sono i rischi di virus che hanno infettato altri soggetti, di cui non si sa e si sospetta. E ciò genera un nuovo malessere nel sistema bancario mondiale. Per usare un termine tecnico di moda, questo crack, (per ora) parziale di Dubai ha accresciuto la percezione del rischio nel sistema bancario europeo, americano, arabo, asiatico.
Dubai non va confusa con Abu Dhabi, altro Emirato arabo. Quest’ultimo è ricco di petrolio e il suo fondo sovrano trabocca di soldi veri costituiti dalle royalties ricevute dalla famiglia dell’emiro, molto ampia, come in genere quelle arabe musulmane: centinaia di miliardi di dollari. Invece Dubai non ha quasi petrolio e la sua finanza è stata creata in parte con denaro dei fondi sovrani di Abu Dhabi e di altri Stati arabi e in parte da banche occidentali e asiatiche. Il denaro che Dubai investe, quindi, è in gran parte preso a prestito. Ma non è stato impiegato con la saggezza che ciò avrebbe comportato. I grattacieli di Dubai destinati a hotel e a uffici di operatori del mondo arabo che confluiscono qui per incontrarsi tra loro e per essere liberi di vestirsi, di cibarsi e di bere con i modi permissivi occidentali anziché con quelli musulmani, sono costati molto nella costruzione e nell’arredamento. E costano molto nella gestione, anche perché l’acqua che essi usano in abbondanza, è ricavata con costosi impianti di desalinizzazione. Sino a pochi anni fa questi hotel si reggevano, oltre che sulla clientela araba, anche su una clientela occidentale di lusso dotata di denaro facile, guadagnato con i bonus bancari e con le speculazioni in Borsa. Questa clientela si è molto assottigliata negli ultimi due anni mentre l’offerta alberghiera e quella di divertimenti e nuovi uffici si dilatavano sulla base delle ipotesi di crescita continua della domanda. E parecchie costruzioni sono rimaste a metà o tre quarti. Così gli investimenti della Dubai Holding si sono rivelati sbagliati. E per una parte dei prestiti fatti, essa non riceve gli interessi e le quote di ammortamento preventivate. E non può, a sua volta, pagare i propri debiti. Perdipiù la holding ha fatto anche investimenti internazionali molto ambiziosi, con denaro a prestito. E anche su questi impieghi di denaro i guadagni sono inferiori alle previsioni, data la crisi in atto.
Ora Dubai ha chiesto soccorso ad Abu Dhabi. Si tratta di vedere quali saranno le risposte. Una certa solidarietà araba certamente esiste, anche perché un crack generalizzato di Dubai danneggerebbe l’immagine complessiva degli emirati. Ma chi va in aiuto di Dubai deve tenere presente che i beni in cui questa holding ha investito non possono dare un rendimento commisurato al capitale speso, neanche passata la crisi. E pertanto sarà grande la tentazione di pilotare al fallimento, in senso legale, una parte delle società operative di Dubai Holding, per far pagare agli occidentali una parte sostanziale dei costi della grande «illusione» che essi hanno contribuito a creare. E nell’onere totale che ne deriverà c’è anche una fetta italiana, minore, ma non tutta nota.