«L’Occidente si fidi, vogliamo la pace»

«I palestinesi si aspettano molto da noi, i nostri primi impegni saranno sistemare sanità, finanze e politiche sociali. Metteremo fine al disordine e alla corruzione»

Gian Micalessin

da Tsur Baher

Son le undici di mattina, ma Tsur Baher e la sua manciata di casupole son più sonnecchiose che mai. Qui nel ’67 passava il confine. Qui oggi cadono i tabù e Hamas manda al Parlamento un candidato eletto anche con i voti di Gerusalemme Est. Lui si chiama Muhammad Abu Teir. La sua fiammeggiante barba rosso-henné è ormai il simbolo della lista delle Riforme e del Cambiamento, il nome-immagine scelto da Hamas per evitare l’arresto in massa di tutti i candidati. Su quella lista il nome del 55enne sceicco Abu Teir arriva subito dopo quello di Abdel Salam Hanieya, il candidato numero uno di Hamas a Gaza. Abu Teir guida insomma la lista verde in tutta la Cisgiordania. Ma mentre a Gaza già si festeggia, qui a Tsur Baher, a due passi dalla linea verde, la cautela è di rigore. Oltre il cancello battuto da un vento rognoso una vecchietta rugosa e una bambina intirizzita fanno segno d’entrare. Una bandierina verde di Hamas sventola discreta e sommessa in un angolo del giardino. Da dietro le finestre neppure un fiato. Lo sceicco Abu Teir arriva dopo tre minuti con il cellulare all’orecchio e un sorriso a 24 denti disegnato tra pelliccia rossastra. «Parlo con te solo perché sei venuto a scovarmi in casa. Avevo detto che vincevamo, ma così tanto non ci credevo neppure io. Ringrazio Allah, ma prometto ai palestinesi di non deluderli, come candidato numero due prometto che rispetteremo le loro aspettative e il nostro programma». L’entusiasmo e la sorpresa sono sincere. La vittoria è andata al di là delle più rosee aspettative. Lo capisci da quel sorriso spalancato, da quel continuo rispondere alle telefonate in arrivo da Gaza e dal resto dei territori. «Siamo felici ma anche preoccupati - ammette lo sceicco -, non siamo degli opportunisti e abbiamo il polso della situazione, la gente vive in condizioni disperate e si aspetta molto da noi».
Una vittoria così ampia rischia di diventare ingombrante. Soprattutto se Hamas dovrà governare da solo e non potrà contare sul filtro di Fatah per dialogare con Stati Uniti ed Europa. E Abu Teir, non a caso, punta, prima di tutto, a tranquillizzare Washington e Bruxelles. «Gli Stati Uniti e l’Europa devono rilassarsi, guardare a noi con animo tranquillo. Siamo persone civili e istruite, a Gaza abbiamo aperto la più grande università dei territori palestinesi. Tra i nostri candidati troverete solo persone onorate, oneste e forti. Dialogare con noi sarà molto meglio che discutere con un partito dai mille volti e dalle mille facce. Se vi aprirete a noi lo scoprirete, è meglio trattare con un gruppo forte che con uno debole e diviso».
Abu Teir si guarda bene dal dire se Hamas governerà da solo o assieme a Fatah. Ma quando gli chiedi se la priorità sarà la lotta armata o il riordino della casa palestinese non ha esitazioni. «Da un anno non abbiamo messo a segno operazioni. Se non verremo attaccati non abbiamo motivi per ricominciare. Il nostro primo impegno è rimettere ordine nella casa palestinese. Con noi il nostro popolo tornerà a respirare dopo anni e anni d’ingiustizie e ruberie».
Lo sceicco ti fa anche capire quali sono i ministeri a cui Hamas punterà se s’accontenterà di formare un governo d’unità nazionale: «Il nostro primo impegno è riassestare la sanità, la finanza e la politica sociale, ma nello stesso tempo vogliamo mettere fine al caos e riportare l’ordine e la giustizia in tutti i territori».
Un occhio di Hamas guarda però anche all’intera diaspora palestinese e al controllo di quell’Olp rimasto da metà degli anni Sessanta nelle mani di Fatah. «L’Olp è l’altra parte della casa palestinese in cui vogliamo fare pulizia e chiarezza. Prima di decidere quale sarà il nostro ruolo nel governo discuteremo con i palestinesi all’estero e con quelli in prigionia, come quando abbiamo discusso la partecipazione alle elezioni».
Solo quando il discorso arriva al nemico di sempre le rassicurazioni diventano meno pregnanti. «Noi siamo per la pace. Dio vuole la pace e noi non possiamo volere altrimenti - premette lo sceicco - ma Israele deve decidersi a riconoscere i diritti dei palestinesi. Noi non siamo contro gli ebrei in quanto ebrei, ma contro lo Stato d’Israele. Lo combattiamo perché occupa i nostri territori e ignora i nostri diritti. Non appena avranno lasciato le nostre terre, lasciato Gerusalemme e liberato i prigionieri politici allora potremo incominciare a discutere, ma sono loro a dover rispondere per primi. La vittoria di Hamas del resto dimostra che questa è la volontà di tutti i palestinesi». Neppure l’impegno del nuovo premier israeliano Ehud Olmert a favorire la nascita dello Stato palestinese rassicurano lo sceicco. «Guarda da questa finestra guarda gli insediamenti che ci circondano, è stato il sindaco Ehud Olmert a creare tutto questo, è stato lui a decretare l’espulsione dei palestinesi da Gerusalemme. Tu ti fideresti di lui?». Prima di lasciarlo andare gli chiedo come farà ad attraversare Gerusalemme per raggiungere il Parlamento di Ramallah. «Caro amico prima di conoscerti ho passato 25 anni della mia vita in prigione. Una volta non mi hanno fatto dormire per dieci giorni. Un’altra mi hanno tenuto incatenato al pavimento per 90 giorni. Pensi che raggiungere Ramallah o finire un’altra volta in carcere mi preoccupi molto?»