L’Occidente suicida

Israele è un piccolo frammento della civiltà occidentale all’interno del mondo mediorientale islamico. Qui ha i suoi nemici «naturali» che hanno sempre considerato lo Stato ebraico un invasore della propria terra e un oltraggio alla propria religione. Se fossero solo questi i nemici di Israele, la questione palestinese si sarebbe già risolta da tempo per via diplomatica, con la costituzione di due stati autonomi, pienamente legittimi. Israele però ha anche ostilità e diffidenze nel mondo occidentale, o in coloro che nel mondo occidentale vivono e professano altre religioni, come dimostra il messaggio pubblicitario pagato dall’Ucoii (l'Unione delle Comunità islamiche in Italia) nel quale le stragi naziste di ieri vengono paragonate alle «stragi israeliane» di oggi. Ostilità e diffidenze che, d’altra parte, hanno accompagnato la formazione del suo Stato, sostenuto un tempo dall’Unione Sovietica per contrastare la presenza inglese in quell’area, poi dagli angloamericani.
Si dice che l’ostilità occidentale verso Israele è una diretta conseguenza dell’antiamericanismo presente in Europa. È un'affermazione giusta, ma culturalmente parziale. Oggi tutta la società occidentale - europea e statunitense - che si percepisce come il mondo moderno si trova a confrontarsi (e ad essere tenuta sotto scacco) con una teologia e con governi teocratici nient’affatto moderni o nuovi, cioè quelli dell’Islam, in grado di mandare al martirio migliaia di giovani per la gloria del loro Dio e per la difesa e il trionfo dei loro governi terreni.
Riflettendo sul significato della storia universale, Goethe annotava come la fede abbia sempre vinto contro la miscredenza. Difficile immaginare che oggi ci siano persone disposte a morire per la fede cristiana o semplicemente per la «civiltà occidentale». Se Goethe potesse volgere lo sguardo al nostro tempo, osserverebbe come una potenza così forte militarmente, qual è appunto quella europea-americana, sia anche così disarmata intellettualmente di fronte al resto del mondo. Contro questa povertà culturale, una parte non trascurabile della società occidentale, quella in cui è più consistente e determinante l’ostilità verso Israele, crede di opporsi con fantasiose dislocazioni del potere e con immagini della storia grossolanamente semplificatrici, per esempio innalzando la bandiera del pacifismo, che nella sua attuale esibizione tradisce un nesso essenziale della nostra modernità, il legame cioè della pace con la giustizia e la libertà tra i popoli.
In realtà, la povertà culturale della civiltà occidentale è profonda, non è casuale, non si supera con il folklore o con la buona volontà. Essa è una conseguenza molto specifica di un modello di pensiero, di una filosofia che è stata meticolosamente elaborata nel secondo dopoguerra in seguito alla sconfitta, nel 1945 e nel 1989-’90, dei due Stati ideologici, l’un l’altro contrapposti e nemici: la Germania nazista e la Russia sovietica. Una filosofia che ha fiaccato culturalmente l’Occidente, smantellando il rapporto essenziale tra la politica di potenza statale e la fede in Dio, su cui si era fondata la grandezza e lo sviluppo della civiltà occidentale.
Per le proprie vicende storiche, per la tragedia recente del suo popolo, il nesso tra politica di potenza statale e fede in Dio è vivo, intenso, determinante in Israele. I giovani ebrei che hanno combattuto in Libano sono quasi certamente i figli di altri soldati che una quarantina di anni prima avevano riconquistato a Gerusalemme il Muro del Pianto, che a loro volta sono i figli di altri combattenti di guerre lontane che si perdono nella notte dei tempi. Gli ebrei sono un popolo, l’ultimo vero popolo rimasto sulla terra. Ovunque, ormai, ci sono soltanto individui preoccupati delle loro questioni personali; oggi predomina e viene onorata la vita delle persone, non quella del popolo. Prima la loro fede religiosa, poi la difesa dello Stato d’Israele, hanno costretto gli ebrei a restare popolo e solo popolo, per chissà quanti secoli ancora.
I nemici europei di Israele non vedono che solo il suo popolo è rimasto a difendere lo spirito originario della civiltà occidentale e non comprendono che l’autoaffermazione dell’Occidente è possibile attraverso il collegamento con la sua storia passata che, oggi, è nelle mani di Israele.